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Aemilia, il Prc: “Da Salvini neanche una parola sulla sentenza”

Il segretario dell'Emilia-Romagna: "Paga di più prendersela con i migranti"

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REGGIO EMILIA – Sulla sentenza di primo grado del maxi processo Aemilia contro la ‘ndrangheta al nord – con piu’ di 100 condannati e oltre 1.200 anni di carcere – pronunciata mercoledi’ scorso a Reggio Emilia, scoppiano le prime polemiche politiche. Nel mirino di Roberto Lugli, segretario di Rifondazione comunista in Emilia-Romagna, finisce infatti il ministro Matteo Salvini, che alla vicenda non ha dedicato neanche un commento.

Il verdetto dei giudici, spiega Lugli, “si puo’ definire storico non solo per l’Emilia-Romagna ma per il Paese intero in quanto conferma che la ‘ndrangheta emiliana e’ una realta’ criminale che ha agito in modo autonomo dalle cosche d’origine”. Eppure, fa notare il segretario, “la sentenza non ha meritato l’attenzione di un commento del solitamente loquace ministro dell’Interno Matteo Salvini. Un silenzio che stupisce ma non sorprende, visto che politicamente paga di piu’ prendersela con i migranti che con gli ‘ndranghetisti”.

Ma questo silenzio, evidenzia il numero uno del Prc emiliano romagnolo “e’ parte del problema, perche’ la sottovalutazione della presenza della criminalita’ organizzata nella nostra regione, e piu’ in generale nel nord, e’ il primo elemento che ne favorisce la diffusione”.

Tra l’altro il processo Aemilia, durato quasi tre anni, ha fatto emergere “un vero e proprio sistema ‘ndranghedista calato in Emilia-Romagna che inquinava l’economia e aveva messo le mani sulla ricostruzione post sisma grazie alla complicita’ di imprenditori, costruttori, professionisti, politici, giornalisti e persino di uomini delle forze dell’ordine”. È questo, secondo Lugli, “l’aspetto piu’ inquietante che la sentenza conferma. Perche’ se la presenza mafiosa in Emilia Romagna e’ arrivata a questo punto e’ anche a causa del progressivo indebolimento della politica e delle imprese di fronte ai grandi affari e alla rinuncia delle istituzioni pubbliche a svolgere fino in fondo il loro ruolo di garanti del bene comune e di controllo della legalita’”.

A confermarlo, spiega il Prc, sono anche i numeri: “L’Emilia-Romagna nel 2017 era al terzo posto nazionale per numero di lavoratori irregolari, al quarto per subappalti e somministrazione abusiva o fraudolenta di manodopera, e al quinto per segnalazioni di sospetto riciclaggio. Eppure le istituzioni sanno bene che la catena infinita dei subappalti sono la porta d’ingresso della criminalita’ organizzata nell’economia legale. Cosi’ come e’ noto che le esternalizzazioni dei servizi pubblici e i conseguenti presunti risparmi di spesa per i Comuni sono spesso pagati da condizioni di lavoro irregolari e stipendi da fame. Ed e’ altrettanto noto che le operazioni immobiliari speculative sovente non sono altro che il modo per ripulire denaro proveniente da attivita’ illecite”.

Insomma, conclude Lugli, “la sentenza Aemilia non e’ un fulmine a ciel sereno, ma lo specchio di una economia in cui la presenza della criminalita’ organizzata e’ diffusa e sorprende solo chi in questi anni non ha voluto o saputo ascoltare quello che i numeri gia’ ci dicevano”.

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