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Ex Reggiane, gli “irriducibili”: in ottanta resistono fra i capannoni fotogallery

A pochi metri dagli avanzati laboratori di ricerca del tecnopolo, c'è chi, per sopravvivere, aggiusta biciclette scassate. L'assessore Marchi: "Con il decreto sicurezza aumenteranno"

REGGIO EMILIA – Un negozio da parrucchiere con le immagini dei tagli all’ultima moda attaccati all’ingresso, un immigrato che aggiusta biciclette scassate, i resti di una vecchia moschea improvvisata al secondo piano di un edificio, un profugo che lava i suoi vestiti dentro un capannone mentre prepara da mangiare, alcuni extracomunitari tunisini regolari che dormono in una palazzina sperando di trovare presto un lavoro stabile.

Sono alcune delle istantanee che restano nella memoria dopo un viaggio nelle ex Reggiane, un tempo cuore pulsante e storia operaia della nostra città e, oggi, ricettacolo di un’umanità ai margini che cerca di tirare a campare fra i capannoni che, a poco a poco, il Comune sta chiudendo per fare spazio alla città del futuro rappresentata dal parco dell’Innovazione. Fervono i lavori del capannone 18, pronto a far entrare il meglio delle imprese reggiane e non, ma, poco più in là, si industria anche il taciturno Stanley che, per sbarcare il lunario, aggiusta biciclette.

Lì di fianco c’è il locale dove il vescovo, monsignor Camisasca, venne a dire messa il 26 marzo scorso. Da quel gesto è nata una scossa che ha costretto l’amministrazione ad intervenire e a ripulire l’area dove i rifiuti, nei capannoni, arrivavano fino a un metro di altezza. Ora, in effetti, la sporcizia non c’è più. C’è anche un presidio medico, di volontari, che viene due volte alla settimana per chiedere se qualcuno dei “residenti” ha bisogno di aiuto. Il Comune ha chiuso dei capannoni e, presto, ne sbarrerà degli altri. La città del futuro, quella a cui sono stati da poco bloccati dal governo 18 milioni di finanziamenti, preme. Gli extracomunitari presenti in zona si sono già attrezzati e hanno iniziato ad occupare gli uffici delle palazzine che danno verso via Agosti.

“Occupato, questa stanza è occupata”, si legge in inglese sulla porta chiusa da un lucchetto in una palazzina. Altri uffici sono stati utilizzati. E’ stato fatto un buco nel muro e nella porta e sono stati chiusi con un lucchetto da bici. Dentro materassi gettati a terra, resti di pranzi e di cene consumati velocemente. Al secondo piano di una palazzina un ragazzo africano sta facendo il bucato in pantaloncini corti. Nel frattempo ascolta musica e prepara da mangiare.

Andando verso via Agosti una palazzina è occupata, a piano terra, da alcuni tunisini. Ridah, 57 anni, dice: “Sono in Italia dall’87. Ho fatto tanti lavori: come muratore e in fabbrica. Ma adesso sono disoccupato da due anni. Sono in regola con il permesso di soggiorno, perché è a tempo indeterminato. Mi sveglio la mattina presto per cercare qualcosa, ma non trovo niente. Lo stesso fanno i miei amici. Siamo in sette che dormiamo qua, tutti tunisini. Se qualcuno lavora, compra e si mangia tutti insieme. Altrimenti si digiuna. Lavori un giorno, due giorni, se trovi. Poi mangi con quello che hai”.

Sono circa ottanta gli immigrati che vivono in questa area. La metà, circa, è regolare. Entrano ed escono dal gigantesco cantiere che dà su piazzale Europa. Impossibile controllare tutti questi ingressi, mentre quelli che danno su via dell’Aeronautica e via Agosti sono stati chiusi. Gli immigrati che vivono nei vecchi capannoni delle ex Reggiane passano dal cantiere del Parco Innovazione in bici o a piedi. Percorrono le strade di cantiere che, oramai, conoscono a memoria. L’assessore al bilancio Daniele Marchi, che ci accompagna in questo giro nell’area, lo sa, ma sa anche che chiudere tutta l’area, con il cantiere in corso, è impossibile. Come è consapevole che, anche se fossero mandate via, quelle persone troverebbero poi un altro luogo dove stare abusivamente.

Dice Marchi: “Abbiamo chiuso tre capannoni. Ne restano da chiudere un altro paio. Abbiamo stabilito un presidio socio-sanitario in questa area con un’equipe di operatori sociali e sanitari, volontari e non. Questo per agganciare le persone e costruire con loro dei percorsi di uscita che sono già iniziati. Diciamo che, su circa ottanta persone presenti, una trentina hanno un titolo di soggiorno. Stiamo cercando di farli uscire da qui. Ci sono poi una decina di persone che sono uscite dal percorso dei richiedenti asilo. Qui stiamo lavorando con la prefettura per cercare di reinserirli in un percorso di accoglienza. Ci sono poi trenta o quaranta persone che non hanno il permesso di soggiorno. Se li mandiamo via, se ne andranno da un’altra parte e quindi spostiamo solo il problema”.

Conclude amaramente: “E sono destinati ad aumentare, perché con il decreto sicurezza che restringe ulteriormente le richieste di asilo, gli irregolari non potranno che aumentare”. Saliamo sul tetto di un capannone e guardiamo l’area dall’alto. Il lavoro da fare è immenso. La parte del Parco innovazione è solo una piccola fetta dell’intera area. A poca distanza da lì ci sono ingegneri che studiano in laboratori di ricerca avanzata e, sotto di noi, c’è Stanley che continua ad aggiustare biciclette scassate.