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Cgil, Pezzarossi: “Il voto contro Mora è uno sfregio alla democrazia”

L'ex dirigente cooperativo e di Ifoa: "Se si vuole sanare la ferita bisogna che della vicenda si renda conto, davanti agli iscritti, anche nei suoi lati più oscuri. Altrimenti si fa come fece il PD con i 101 franchi tiratori di Prodi"

REGGIO EMILIAHo sempre sentito la Camera del lavoro come casa mia. Da pensionato mi sono riavvicinato per prestarvi il mio impegno gratuito e volontario. Così ho fatto da tre anni e così sto facendo. In questo periodo ho potuto constatare quanto vitale sia la Cgil di Reggio nel prestare il suo lavoro di rappresentanza e servizio per gli iscritti e i lavoratori, nella contrattazione e nel patronato.

Così come ho visto la sua presenza attiva e positiva nel dibattito pubblico a Reggio, a tutela dei servizi pubblici, della legalità contro la criminalità organizzata, dell’inclusione delle fasce deboli, dagli immigrati ai giovani. E a sostegno della ricerca storica.

Per queste ragioni non ho potuto che sentirmi colpito e scorato dal modo in cui si è concluso il congresso provinciale. In questi tanti mesi ho conosciuto da vicino Guido Mora. Ho visto una persona seria, di valore e dedizione e di questi suoi tratti e del suo equilibrio ho sentito conferma nelle parole di tanti esterni alla CGIL coi quali ho parlato anche in queste ore.

Ma non avrei nulla da dire sull’esito del congresso, che ho seguito come invitato, se, nonostante il mio apprezzamento per Mora, nel corso di esso avessi assistito ad una proposizione del tema della direzione della Camera del lavoro, cosa che nelle organizzazioni si può e, se del caso, si deve fare. E se a seguito di questo fosse giunta a prevalere la critica alla conduzione della Cgil ( che comunque faticherei a comprendere dinanzi ai risultati raggiunti ) magari anche avanzando una candidatura alternativa. Ma nulla di tutto questo ho sentito. E adesso sento, da un servizio di Telereggio che ci sono i “si dice”.

Si parla di gestione verticistica e centralistica, si dice di alcune Categorie che hanno determinato la bocciatura. Ma vi pare che una grande organizzazione si possa permettere una cosa simile ? Davanti a più di centomila iscritti? Vi pare che abbia a che fare con il senso di responsabilità procurare un simile trauma, che non è la bocciatura di un dirigente, ma è il modo oscuro e sostanzialmente antidemocratico attraverso cui ciò è avvenuto. Si boccia un dirigente senza dire perché, senza aver proposto una discussione sul merito del suo operato.

Ma, se Telereggio riporta il vero, queste Categorie, di cui si parla, hanno posto, davanti agli iscritti a cui rispondono il tema di una critica alla gestione della Confederazione ? Da quello che ho raccolto, informandomi, non l’hanno fatto. I loro iscritti, attivisti, delegati non sono stati messi in condizione di discuterne, nelle sedi dovute. Coloro che questo dovevano fare hanno preferito la strada del voto segreto, senza la aperta, personale e magari anche motivata presa di responsabilità delle proprie azioni. (E, per inciso, non sarebbe il caso che ora ne rendessero conto davanti ai loro iscritti ? ) Ma anche se c’è la maggioranza questa non è democrazia sostanziale. E’ uno sfregio alla democrazia sostanziale. E’ uno sfregio a coloro che si rappresenta.

Ecco queste sono le ragioni del senso di scoramento, che desidero rendere pubblico, con l’intento di dare un contributo. Non solo da iscritto alla Cgil, ma anche in quanto partecipe del patrimonio simbolico della Cgil. A mio padre, Ivano Pezzarossi, è intitolata una sala della Camera del Lavoro, nella quale sta anche il bel ritratto di Ivano donatoci dal caro Nani Tedeschi.

Ecco questa intitolazione, questo senso di appartenenza ad una casa mia, la Camera del lavoro, fa sì che io mi senta di avanzare una richiesta a chi ora sta gestendo la fase di uscita da questo trauma.

Chiedo che della vicenda si renda conto, davanti agli iscritti, anche nei suoi lati più oscuri, assumendo una valutazione politica. Questo occorre fare e si vuole ripristinare una condizione di dialogo e di unità. Se si vuole sanare una ferita bisogna parlare della ferita. Altrimenti rimane aperta. Insanabilmente aperta. E tale rimane nella testa e nella memoria di tutti. E questo butta un’ombra su tutto. Un non detto che incrina la relazione democratica.

Ho sentito il segretario regionale, Luigi Giove, a Telereggio parlare di unità da recuperare. Senza un percorso che renda conto e faccia i conti con quanto è accaduto mi pare sia difficile il recupero. Altrimenti si fa come fece il PD con i 101 franchi tiratori di Prodi. Ecco chiederei quindi di sentire ancora la Camera del lavoro come casa mia.