Aemilia, Bolognino: “Non volevamo processo a porte chiuse”

L'imputato torna sulla lettera contro la stampa: "Volevamo solo che le notizie fossero riportate nel modo giusto"

REGGIO EMILIA – Aveva sollevato un vespaio la lettera letta nell’aula bunker del Tribunale di Reggio Emilia il 17 gennaio del 2017, in cui gli imputati del processo Aemilia contro la ‘ndrangheta avevano chiesto di chiudere le porte delle udienze ai giornalisti. A fare da portavoce era stato Sergio Bolognino, fratello di Michele, considerato dagli inquirenti uno dei capi dell’associazione emiliana dipendente dalla casa madre di Cutro, legata alla famiglia Grande Aracri.

Lo stesso imputato, nell’ultima udienza del processo di primo grado celebrata oggi, ritorna pero’ sull’episodio per ridimensionarne la portata. “Mi dispiace che sia stata considerata come una provocazione, fare il processo a porte chiuse era assurdo”, spiega Sergio Bolognino, che si dice pero’ soddisfatto dell’ordinanza emessa dai giudici un anno fa per richiamare i giornalisti all’imparzialita’ nella cronaca giudiziaria. “Posso dirle che sono rimasto soddisfatto da quello che lei ha scritto sulla ordinanza. Quello che avevamo fatto, quella richiesta a nome di tutti i detenuti, era per alzare l’attenzione sulla stampa perche’ fossero riportate le notizie in modo giusto”, continua Bolognino.

Quanto al fatto che tra le testate accusate di non essere obiettive ci fossero solo la Gazzetta di Reggio, Telereggio e il Tg3, ma non il Resto del Carlino – nelle arringhe i pm lo hanno sottolineato per ben due volte parlando della strategia mediatica della cosca – Bolognino precisa: “Il Carlino non e’ mai stato nominato non perche’ ci fosse un complotto ma perche’ noi non lo compriamo. In carcere non ce l’avevamo. Posso dire che sono stati citati i due telegiornali e la Gazzetta perche’ noi quella compriamo e quelli vediamo” (fonte Dire).