Il canto di libertà del pianista di Yarmouk foto

La musica del pianista siriano ci porta negli orrori della guerra e tocca le corde più profonde dell'anima

REGGIO EMILIA – Una mano sul cuore, sulle labbra e sulla fronte. Poi l’inchino. Lo ha fatto spesso, ieri sera, Aheam Ahmad, il pianista siriano di Yarmouk, nel classico saluto arabo che significa: “Ti offro il mio cuore, la mia anima e la mia testa”. E Aheam il suo cuore, ieri a Festareggio, di fronte a 200 persone, ce l’ha offerto davvero nell’intenso concerto in cui si è esibito allo Spazio Madiba a favore della campagna umanitaria Reggio for Syria, lanciata da Boorea (cooperative del territorio), Arci Reggio Emilia e Gvc.

La sua musica tocca le corde più profonde dell’anima. Racconta di una vita da profugo, prima, nel 1948, dei suoi nonni, dalla Palestina al campo di Yarmouk, poi divenuto un sobborgo a sud di Damasco. Poi del lungo assedio e infine della sua vita da esule in Germania. Le sue canzoni ci parlano della vita quotidiana nel suo quartiere, dominato dall’Isis e bombardato dall’esercito siriano. Della lotta quotidiana per ottenere un pezzo di pane, un po’ d’acqua, delle medicine.

Di donne che muoiono di parto perché non ci sono medici e non riescono a sfuggire all’assedio. Di intellettuali e professori universitari schiacciati dai detriti delle case in rovina che cadono dall’alto mentre cercano di strappare qualche pezzo di cibo. Di bambini uccisi dai miliziani dell’Isis mentre lui canta al pianoforte per le strade del campo profughi. Ma anche del suo paese “stretto nella morsa degli americani e dei russi” e del regime di Assad che tortura e mette in carcere gli oppositori, compreso suo fratello che ora Aheam non sa dove sia e se sia morto o vivo.

Ammonisce Aheam: “Vi dicono che va tutto bene in Siria e in Iraq, ma non è vero. La guerra c’è ancora e la gente continua a soffrire”. Ma la musica non può essere solo tristezza e così, spesso, il pianista siriano ci regala ballate in cui coinvolge il pubblico facendogli battere le mani e cantare con lui. E’ la musica che lo ha salvato e gli ha reso la vita possibile nell’inferno di Yarmouk. Quella musica che i miliziani dell’Isis odiavano, perché simbolo di libertà, tanto da distruggere il suo pianoforte. Ma non la sua anima, perché Aheam è ancora qui che canta e suona per noi in questa fredda notte padana.