Delrio: “Chi ha preso i soldi dei Benetton è la Lega non il Pd”

Il capogruppo alla Camera del PD: "Ho sconsigliato a Renzi di ricandidarsi alla segreteria, perché dobbiamo avere uno spirito di servizio. In un momento di difficoltà, i dirigenti devono mettersi a disposizione”

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REGGIO EMILIA – “E’ un dato di fatto che il Movimento 5 Stelle abbia cercato di spostare l’attenzione dalla loro opposizione alla Gronda di Genova al presunto sostegno del Pd ai grandi gruppi industriali che gestiscono le concessionarie e lo ha fatto senza alcun elemento vero. Perché chi ha preso i soldi dei Benetton è la Lega e non il Pd: noi non abbiamo mai preso soldi, Di Maio doveva parlare ai suoi colleghi di Governo. La verità la stabilisce la magistratura ed è il modo migliore per onorare i morti. Non si possono fare processi sommari”.

Così ieri sera ha esordito a Festareggio il capogruppo Pd a Montecitorio, Graziano Delrio intervistato da Claudio Tito di Repubblica. A inizio serata è il segretario Pd Andrea Costa a prendere la parola: “Da sindaco di campagna, penso che si debba avere rispetto per le persone. Non squallidi sciacalli che si avventano sulle macerie. Tutta la solidarietà di Festareggio a Delrio”. E l’ex sindaco di Reggio ancora sulla tragedia di Genova dice: “Se fossi stato il ministro delle Infrastrutture avrei avviato la procedura di revoca. È un atto dovuto per la memoria delle vittime”, ha proseguito Delrio.

“L’obiettivo della politica deve essere la tutela dei cittadini. Non bisogna tornare indietro dalle esperienze dei privati, ad esempio nelle scuole. Ci deve essere spazio per il privato responsabile come per il pubblico responsabile”, ha detto l’ex-sindaco di Reggio Emilia.

Secondo Delrio, ci vogliono politiche industriali serie e non il muro contro muro tra imprenditori e lavoratori. “Dobbiamo capire che l’impresa italiana è sostanzialmente fragile, e lo dico in questa terra dove si sono anche stipulati accordi favorevoli ai lavoratori. Dobbiamo fare in modo che per l’imprenditore sia possibile spendere meno per un macchinario che possa creare lavoro e non per comperare una villa a Zurigo”.

Sull’attività del governo, Delrio è molto critico: “Hanno fatto la guerra a due barconi, il provvedimento sul tribunale di Bari su cui sono dovuti tornare indietro e il decreto di Di Maio che ha di fatto portato al licenziamento di migliaia di persone. Non dobbiamo però limitarci a lasciarli governare, ma se l’autista ci porta nel burrone dobbiamo sostituirlo”.

Ha poi aggiunto il capogruppo alla Camera: “Come partito cercavamo di dare stimoli di speranza per la ripresa, ma probabilmente non abbiamo capito che c’erano ancora soglie di sofferenza: 5 milioni di poveri. La sinistra deve essere unita e porsi degli obiettivi forti di dignità, come il salario minimo. Le promesse di Salvini e Di Maio su flat fax, Fornero e accise sulla benzina non possono avere seguito. Dobbiamo fare proposte serie, con facce nuove, bravi amministratori, persone giovani, che hanno senso delle istituzioni e di cui la gente si fida”.

“Non voglio stare in una sinistra che dice che le persone sono disuguali, ma voglio una sinistra che comunque combatta l’immigrazione clandestina perchè si specula sui deboli e occorre controllare i flussi”.

Per Delrio, “occorre che il Pd sia saldo sui propri principi e sia orgogliosamente europeo, per un’Europa sociale. Stiamo lavorando per creare nuove condizioni, facendo seminari, chiedendo alla gente cosa pensa. Avevo terrore che il congresso si risolvesse in un confronto tra giovani e vecchi…”-

“O tra Delrio e Zingaretti”, provoca Tito. “Ma Delrio non c’è, quindi…”, dice l’ex-sindaco, che prosegue: “Martina ha i pieni poteri, poi vedremo. Ho sconsigliato a Renzi di ricandidarsi alla segreteria, perché dobbiamo avere uno spirito di servizio. In un momento di difficoltà, i dirigenti devono mettersi a disposizione”. L’idea di una donna leader del centro sinistra piace a Delrio. “Magari a novembre qualcuna si può candidare… Ad esempio, la Serracchiani non si è detta indisponibile”.

Cambiare nome al Pd è però lontano dal pensiero del capogruppo alla Camera: “Lo dico da padre: se un figlio adolescente ha dei problemi, non gli si cambia nome, ma si cerca di cambiarne i comportamenti. Quindi bisogna mantenere le nostre culture”.

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