Aemilia, la difesa di Salsi: “Macché estorsore, è una vittima”

I legali dell'imprenditore: "Fu truffato da Gelmi e anche da Antonio Silipo"

REGGIO EMILIA – Dipinto come l’autore di una tentata estorsione e’ stato in realta’ lui stesso una vittima di raggiri e truffe. E’ quanto sostenuto ieri – nella sessione pomeridiana del processo Aemilia – dagli avvocati difensori dell’imprenditore Mirco Salsi, presidente fino al 2013 della Reggiana Gourmet. La sua storia e’ stata indicata come emblematica della prassi di alcuni imprenditori emiliani di affidarsi agli esponenti della cosca di ‘ndrangheta sotto processo a Reggio Emilia, piuttosto che alle carte bollate, per riscuotere crediti insoluti.

Salsi e’ in particolare accusato di essersi rivolto – su consiglio del giornalista reggiano Marco Gibertini condannato in rito abbreviato – all’imputato Antonio Silipo, per intimare alla faccendiera bresciana Maria Rosa Gelmi di restituire la somma di 1,3 milioni, che Salsi le avrebbe dato per la definizione di un affare poi non andato in porto. L’imprenditore, secondo l’accusa, e’ responsabile di aver minacciato la donna (che si era resa irreperibile) e il suo convivente con una serie di sms, in cui prospettava loro l’invio a casa dei “calabresi” ingenerando nei due “un evidente timore”. Al punto che Gelmi aveva poi cambiato casa insieme ai genitori.

I difensori di Salsi obiettano pero’ che gli sms, mai rinvenuti nel telefono della presunta vittima della tentata estorsione, “sono mossi solo da sentimenti di rancore e vendicativi” e collegati a fatti “comprensibili seppure censurabili” perche’ “Gelmi e’ un’abile truffatrice che dopo aver intascato il denaro ha fatto perdere le sue tracce”. Tuttavia “si parla solo di calabresi, non si parla di prestazioni economiche, quindi non c’e’ un fine estorsivo”.

Inoltre, Gelmi “cambio’ casa solo dopo 7 mesi”, fatto che stride con il senso di paura ingenerato dalle minacce”. Infine, quando Salsi si rivolse a Silipo su consiglio di Gibertini, non poteva avere contezza- al contrario di quanto sostenuto dall’accusa secondo cui agi’ con piena consapevolezza- dell’appartenenza del calabrese alla ‘ndrangheta perche’ “nel 2012 Antonio Silipo non aveva alcun profilo criminale ed era completamente sconosciuto alla giustizia se non per reati molto datati”.

Che Salsi sia rimasto schiacciato in ingranaggi piu’ grandi di lui, lo dimostra infine un’intercettazione in cui Silipo e Gibertini dicono di “volerlo fare secco”, manifestando cioe’ l’intenzione di truffarlo. Salsi infatti verso’ a Silipo, come compenso per la “riscossione del credito” verso Gelmi mai effettuata la somma di 303.000 euro, giustificati formalmente con fatture false emesse dalla Silipo srl nei confronti della Reggiana Gourmet, per lavori inesistenti.