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“Nuovo ministero sulla disabilità, preoccupanti passi indietro”

Il deputato Pd: "Denominazione preoccupante che rimanda all’idea di una centralità della patologia. Preoccupa la rivisitazione annunciata della legge del dopo di noi"

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REGGIO EMILIAIl nuovo governo prevede un ministero della famiglia e della disabilità: una denominazione preoccupante che rimanda all’idea di una centralità della patologia, dalla disabilità, mettendo in secondo piano tutti i passi fatti negli ultimi decenni per affermare una cultura delle “persone” con disabilità.

La centralità della persona (non ci dovrebbe essere più bisogno di ribadirlo) implica il rispetto per i suoi progetti, in qualunque situazione di vincoli e limiti essi vengano concepiti. Se le politiche ruotano attorno alle condizioni di differenza intesa come discriminazione, dove finiranno le politiche di inclusione?

La preoccupazione è accresciuta dalle dichiarazioni del neo ministro che ha già indicato, tra i suoi propositi, la rivisitazione della legge 112/2016 del dopo di noi. Spero intenda investire sulle risorse umane, professionali, economiche per dare sempre più dignità e accompagnare i percorsi personalizzati previsti dalla legge. Altrimenti si tratterebbe di un preoccupante passo indietro che sovvertirebbe un principio democratico fondamentale in cui l’autentica relazione di cura non si riferisce a un corpo-organismo ma a un corpo-persona, con i suoi desideri, le sue ansie, le sue rabbie e i suoi affetti.

La legge del dopo di noi ha portato la speranza per costruire percorsi che possano contrastare la solitudine e l’emarginazione delle persone con disabilità, quando viene loro a mancare il sostegno familiare (alla morte dei genitori l’86% termina la sua esistenza in strutture impersonali e totalizzanti). La legge ha portato invece un investimento sul riconoscimento al diritto delle persone con disabilità a vedersi riconosciuta la specificità individuale e la dignità di una vita accompagnata e aiutata, rispettosa della differenza.

Si tratta di un cambiamento culturale enorme che comporta un riconoscimento dei limiti e dei vincoli, ma anche la dimensione della possibilità e del progetto: di sè da realizzare coinvolgendo famiglie, istituzioni, comunità territoriale, imprese per progettare percorsi di autonomia, appartamenti di cohausing, spazi di progetti di vita e non di segregazione.

Finalmente, abbiamo messo al centro non la disabilità come problema ma la persona come “soggetto” e non “oggetto” di cura. Una persona concreta, singola, irripetibile, e in diritto di perseguire un suo progetto di vita personalizzato. Ora bisognerebbe aumentare le risorse e non certo abbandonarlo, riconsegnando la disabilità alla semplice dimensione patologica.

Il principio di “unicità” delle persone con disabilità implica il rispetto della dignità dell’individuo che è autentica garanzia della democrazia. Fare passi indietro sarebbe grave. Incrinerebbe una concezione di welfare solidaristico e riporterebbe quelle barriere psicologiche, prima che materiali, che ledono il rispetto delle fragilità e delle esistenze ferite. La democrazia si esercita nell’incrementare una cultura di accoglienza diffusa che sappia andare dal problema alle proposte, dall’esperienza ai cambiamenti, dai vincoli alle possibilità.

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