Padri e madri sui banchi per educare i figli sul web

Il progetto punta a formare docenti e famiglie a un utilizzo consapevole delle nuove tecnologie. Coinvolti tutti gli istituti comprensivi reggiani. L’obiettivo è arrivare a 1.000 famiglie

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REGGIO EMILIA – Seicento famiglie reggiane coinvolte, con l’obiettivo entro fine 2018 di arrivare a mille. In campo tutti e 12 gli istituti comprensivi della città, il Comune, le Università di Reggio e Modena e quella di Milano Bicocca, 25 tra insegnanti ed educatori della cooperativa Coopselios. L’obiettivo? Formare i docenti e le famiglie a un utilizzo pieno e consapevole delle nuove tecnologie introducendole nella ‘normalità’ della propria vita. In due parole “Genitori connessi”. L’iniziativa, finanziata con 15mila euro dal Comune e da Ader (Agenda Digitale dell’Emilia-Romagna), è iniziata in via sperimentale nell’anno scolastico 2015/2016 con un progetto pilota che ha coinvolto 100 genitori di figli dai 7 ai 13 anni, e sei scuole cittadine.

Gli incontri sono stati condotti dal professore Paolo Ferri e dal professore Stefano Moriggi, attraverso un approccio che ha alternato momenti teorici, video e momenti di discussione di casi specifici. Sono stati organizzati laboratori di approfondimento sui “nativi digitali” e sui loro stili di comunicazione, e di presentazione di una serie di innovazioni operative sulle modalità di affiancamento e supporto dei propri figli nel nuovo contesto scolastico. Parte integrante della proposta formativa è stata il tutoraggio online dei corsisti con l’iscrizione a un ambiente virtuale, creato ad hoc e condiviso, tale da garantire l’interazione continua per tutta la durata del percorso formativo, con i docenti e l’accesso ai materiali del corso.

La seconda edizione del progetto è in corso e, una volta conclusa, 1000 genitori di alunni delle scuole medie avranno ricevuto una formazione sul mondo digitale. Un luogo abitualmente frequentato dai figli che, oltre a offrire enormi potenzialità, presenta anche parecchi rischi. Il luogo di Genitori Connessi è la scuola e la formula è innovativa perché induce i genitori, sotto la guida di insegnanti educatori e volontari, a creare momenti da passare insieme ai figli nello scambio di conoscenze, esperienze, pratiche e approcci al web.

Le lezioni ai genitori, divisi in gruppi di 6 persone, hanno come obiettivo l’arricchimento del  bagaglio di esperienze digitali di questi ultimi, per far loro condividere con i figli momenti di intrattenimento comune. Viene inoltre affrontato lo sviluppo della relazione casa/scuola in un ambiente didattico arricchito dalle nuove tecnologie, per poter dare continuità al percorso formativo dei bambini e ragazzi. Durante gli incontri vengono anche analizzate le condotte partecipative e le pratiche cooperative tipiche dei nativi digitali, per valorizzarle e trasformarle in efficaci stili di apprendimento. In pratica attraverso esempi opportunamente selezionati di videogiochi e di youtuber, i genitori sono indotti a riflettere sui modi con cui queste attività possano essere integrate con l’esperienza formativa e didattica dei bambini e dei ragazzi.

Ma quali sono le domande ricorrenti dei genitori? E le loro paure? La risposta arriva da Valeria Montanari, che oltre ad essere coinvolta nel progetto come assessore comunale all’Agenda digitale, ha frequentato gli incontri in qualità di madre.

“I genitori arrivano ai laboratori attrezzati di laptop e smartphone e fanno domande sul rapporto genitori-figli nell’età del digitale e dei social network – spiega Montanari – Le famiglie hanno bisogno di sapere cosa facciano i loro ragazzi in rete. Molti studenti delle medie utilizzano social network diversi rispetto a quelli più conosciuti dai genitori: ad esempio snapchat, Instagram e le chat presenti all’interno dei giochi in rete. Non sempre purtroppo lo fanno in modo consapevole e questo è emerso in parecchi casi di cronaca in cui ad esempio foto scattate in momenti privati hanno rovinato la vita di ragazzi e famiglie. I genitori hanno timore di questi approcci per due ragioni. – continua l’assessore – La prima è che secondo le famiglie i figli tenderebbero a isolarsi. Problema che i due docenti dell’Università di Milano tendono a ridimensionare in quanto i ragazzi giocano insieme, anche se in rete, ed esercitano pratiche partecipative. Il secondo problema è che questo ambito rappresenta uno dei pochi contesti in cui sono i figli ad avere qualcosa da insegnare ai genitori. Si tratta di un cambio epocale. Secondo gli organizzatori del corso è proprio questo il grimaldello principale per far sì che i genitori si avvicino ai figli “digitali”. Inoltre si spiega che la rete non è solo un luogo di intrattenimento, ma anche un archivio infinito nel quale reperire informazioni”.

Ma i genitori che frequentano questi corsi non lo fanno anche per poter controllare che i loro figli non cadano nelle mani di pedofili? “Sì, questo timore emerge, ma si cerca di far capire alle famiglie che quella paura nei confronti della rete è la stessa che si deve avere nei confronti del mondo reale. Detto questo il corso è più improntato sulle opportunità che sui rischi. Per questo secondo aspetto è la polizia postale a tenere nelle scuole apposite lezioni” afferma Montanari.

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