La Cgil: “L’occupazione cresce, ma è precaria”

Il segretario Guido Mora: "Solo l'8% dei contratti è a tempo indeterminato. Il jobs act ha fallito"

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REGGIO EMILIA – A Reggio Emilia la ripresa economica si vede e il mercato del lavoro si rimette in marcia. L’orizzonte dell’occupazione – che cresce ma non ancora fino ai livelli pre crisi – e’ pero’ fatto di rapporti precari, spesso part time e rivolti ai non piu’ giovanissimi, in barba al problema della disoccupazione delle nuove generazioni. Le ombre superano quindi le luci nella fotografia scattata dalla Cgil provinciale, su dati forniti dall’agenzia regionale per il lavoro richiesti dal sindacato oltre un anno fa.

E’ il segretario generale Guido Mora, insieme a Khedidja Sayah della segreteria confederale ad illustrare i numeri, che sul 2017 evidenziano in primo luogo un saldo positivo di 3.680 assunzioni nel rapporto tra queste ultime e le cessazioni dei rapporti di lavoro. Il dato e’ in leggera diminuzione rispetto al 2016, quando il saldo positivo registrato era stato di 4.349 unita’. Come evidenzia Mora, pero’, “anche a fronte della ‘ripresina’ degli ultimi due anni che ha reso il mercato del lavoro piu’ dinamico portando ad un aumento degli occupati, quei lavoratori non sono gli stessi di prima della crisi, ma molto piu’ precari”.

A dimostrarlo sono i numeri relativi alle tipologie dei rapporti di lavoro avviati. I 15.296 a tempo indeterminato rilevati dalla Regione, vanno infatti depurati per la Cgil da quelli – inseriti per criterio statistico – dei rapporti di apprendistato, lavoro domestico e intermittente. Scendono cosi’ a poco piu’ di 9.000, pari all’8,7% del totale. Inoltre, il 52,8% dei nuovi avviamenti, ha riguardato lavoratori di eta’ compresa tra i 25 e i 44 anni, mentre solo il 20% tra i 15 e i 24. “In pratica l’opposto di quello che si voleva fare con il jobs act per favorire l’occupazione giovanile”.

Un altro elemento di precarieta’ la Cgil lo coglie poi nei rapporti di lavoro part time, passati dai 27.000 circa del 2016 ai 32.000 dello scorso anno. Da notare che a partire dal 2012 si e’ avuto un aumento di questa tipologia di contratti tra gli uomini del 68% circa. “Le ipotesi sono le piu’ varie: da chi sceglie di lavorare meno pur di mantenere il posto, a coppie in cui si tira a sorte per decidere chi deve continuare a lavorare”, commenta Mora. Se infine rimangono stabili le proporzioni tra lavoratori italiani e stranieri, “a riprova che non c’e’ nessuna aggressione al tessuto produttivo da parte dei lavoratori non italiani”, il maggior numero di assunzioni registrato e’ nel campo dei servizi.

“Ma sono quelli a basso valore aggiunto, come i bar e non quelli piu’ qualificati come ad esempio le consulenze alle aziende”. La Cgil avvisa infine che il dato della disoccupazione, calato dal 6,5 al 4,6%, “non e’ quindi di per se un indicatore della tenuta del sistema economico”. Insomma “Reggio Emilia non e’ piu’, se mai lo e’ stata, un’isola felice. Di fronte a questo contesto- conclude Mora- servirebbe un’analisi approfondita, magari rafforzando l’osservatorio sulla coesione sociale della Camera di commercio, estendendo il raggio d’azione anche alle dinamiche produttive ed economiche. Sarebbe un buono strumento, insieme ad un maggior presidio di tutte le istituzioni locali, per riflettere su quali investimenti fare nel territorio”.

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