“Turismo, normale che Parma batta Reggio: servono investimenti privati”

Se i privati non investono nella produzione di cultura e nella promozione di eventi artistici, Reggio è destinata a rimanere, in ambito culturale, una destinazione alternativa e minore

REGGIO EMILIAC’era una volta un bel ristorante nella prima periferia di Reggio Emilia. Si chiamava “5 Pini”. A metà degli anni ’90 fu meritatamente gratificato dal premio di una stella Michelin, poi nel 2006 chiuse i battenti dopo oltre 40 anni di onoratissima attività. Il suo oste e patron, Massimo Pelati, se gli chiedevi “vorrei un po’ di Parmigiano”, ti rispondeva: “Qui non abbiamo Parmigiano. Qui abbiamo solo Reggiano”, e poi snocciolava il numero dei mesi e delle settimane di stagionatura della forma da cui proveniva il pezzo di formaggio che ti serviva in tavola, il caseificio che l’aveva prodotto, il nome della mucca che aveva fatto il latte e il cognome del casaro che lo aveva lavorato.

Ora facciamo un salto di migliaia di chilometri e voliamo idealmente nel sud della Svezia, dove a metà degli anni ’40 un giovanotto di nome Ingvar Kamprad utilizzò una donazione del padre per aprire una fabbrichetta di fiammiferi e mobili. A un certo punto Kamprad ebbe un’idea brillante: avrebbe prodotto e venduto i mobili a pezzi, e i clienti se li sarebbero montati da soli a casa. E mentre quella aziendina diventava prima una grande impresa e poi una multinazionale leader in Scandinavia e nel mondo, Kamprad ebbe un’altra idea geniale: continuò a dare ai suoi mobili, che ormai venivano esportati ovunque, incomprensibili nomi svedesi. La gente, appunto, quei nomi non riusciva a leggerli né tanto meno a pronunciarli, ma grazie a quelle denominazioni astruse Ikea è riuscita a creare nel tempo un brand fortissimo, e il suo marchio è diventato sinonimo di mobili funzionali, di buona qualità e a basso costo, un po’ come la Nutella per la crema di nocciole.

Questo incipit serve al vostro cronista per ribadire che sì, è vero, la ricchezza enogastronomica e anche artistica e culturale di Parma è indiscutibilmente superiore a quella di Reggio Emilia, ma non per questo noi Reggiani dobbiamo rinunciare all’orgoglio e alla valorizzazione della nostra identità. Dobbiamo sempre esibire con fierezza le nostre radici e la nostra reggianità. A che serve, dunque, fasciarci la testa se Parma batte Reggio nella assegnazione del titolo di capitale della cultura italiana per il 2020? Tra parentesi, parliamo di capitale italiana, non europea: nel 2017 la capitale italiana della cultura è stata Pistoia, e nessuno se ne è accorto.

Che c’entrano allora la segnaletica carente in città, l’incapacità di comunicare le cose, l’inferiority complex dei Reggiani e la litania di motivazioni, credibili come la lista di scuse che John Belushi recita di fronte a Carrie Fisher in “The Blues Brothers”, officiata dai più autorevoli pulpiti ogni qual volta le città di confine ottengono riconoscimenti culturali a Reggio sempre negati? E’colpa del sindaco se nel ‘600 i Farnese trasferirono da Roma a Parma gran parte della loro pinacoteca, e alla Pilotta oggi sono conservati Leonardo, Correggio, Parmigianino, eccetera eccetera? Se i genitori di Giuseppe Verdi, che tra l’altro amava mangiare bene e bere meglio, e così, oltre ad avere reso il Teatro Regio di Parma uno dei templi della lirica mondiale, ha anche dato un contributo formidabile a promuovere la cucina dei nostri cugini d’Oltre Enza, si stabilirono a Roncole Verdi e non a Sant’Ilario? Se Giuseppe Magnani, papà di Luigi, negli anni ’40 del secolo scorso, portò la sua residenza a Mamiano, in una villa aristocratica del ‘600, e lì ora si possono ammirare Filippo Lippi, Gentile da Fabriano, e altri capolavori?

Parma, città ducale, gode di un consolidato e plurisecolare vantaggio competitivo rispetto a Reggio Emilia. Riconoscere i nostri limiti è la condicio sine qua non per ambire a ridurre questo gap. Sarebbe il momento di farla finita con la provinciale presunzione dell’onnipotenza della politica e con la deleteria illusione che, se gli enti locali spendessero “più soldi” nella cultura, Reggio diventerebbe per incanto una capitale italiana del turismo d’arte. Al contrario, o i privati investono a Reggio Emilia nella produzione di cultura e nella promozione di eventi artistici, oppure Reggio è destinata a rimanere, in ambito culturale, una destinazione alternativa e minore. Lo stesso è vero anche per l’enogastronomia. Dal 2007 è aperta al pubblico la straordinaria Collezione di arte contemporanea dei Maramotti, con i suoi Kounellis, Merz, Kiefer, eccetera. La Collezione Maramotti, però, è una rondine che non fa primavera, e non è sufficiente a rendere Reggio Emilia più attrattiva di altre città. Analoghe fondazioni operano anche nelle province vicine, basti pensare alla Fondazione Golinelli a Bologna o alla Fondazione Bisazza a Vicenza. I Ceretto ad Alba hanno progettato e finanziato, con la collaborazione del Comune di Alba, una personale di Anselm Kiefer 4 anni fa e, soltanto pochi mesi or sono, un’installazione di Marina Abramovic, alla presenza dell’artista: ore prima dell’evento, per la troppa ressa era impossibile entrare nella Chiesa della Maddalena che lo ha ospitato.

I Ceretto sono anche all’origine delle fortune del celebre ristorante tristellato Piazza Duomo dello chef Enrico Crippa: senza il rilevante impegno economico della famiglia di imprenditori piemontesi, non potrebbe esistere ad Alba un ristorante di quel livello. La famiglia Maramotti è proprietaria di tre immobili di prestigio, in centro storico a Reggio Emilia, che ospitano altrettanti ristoranti, il “Caffè Arti&Mestieri”, le “Notarie” e il nuovo “The Craftsman”, tuttavia, a oggi, per una rispettabile scelta che ovviamente compete esclusivamente alla loro discrezionalità, i Maramotti non hanno seguito le orme dei Ceretto nel favorire la nascita di un ristorante pluristellato Michelin a Reggio.

Reggio non farà mai il salto di qualità, sul terreno dell’attrattività culturale ed enogastronomica, fino a quando gli operatori privati non investiranno massicciamente in questi settori. Gli enti locali possono accompagnare le scelte dei privati, ma mai sostituirsi a loro, nè generare in autonomia questo tipo di crescita. Perciò chi scrive utilizza oggi la tribuna che gli concede questo giornale per dare un suggerimento non richiesto ai nostri amministratori pubblici, e invitarli a non sprecare troppe risorse in iniziative estemporanee, che non prevedano un concomitante forte protagonismo dei soggetti privati: l’aurea mediocritas è di gran lunga preferibile alla dittatura dei mediocri.

Rebus sic stantibus, è meglio spendere i soldi pubblici in educazione, scuola, cultura di base. In passato la politica locale ha commesso gravi errori, come l’incapacità di promuovere al di fuori dei confini della provincia lo straordinario lascito matildico e il disinteresse per la valorizzazione delle terre del Po. Scelte più lungimiranti non avrebbero elevato Reggio Emilia al rango di altre città dell’Italia settentrionale, ma avrebbero aiutato a ridurre le distanze, il che non sarebbe stato poco, anzi. Con tutto il sacrosanto rispetto dovuto a Dubuffet e a Palazzo Magnani, sono altri gli eventi espositivi che attendiamo con trepidazione nel 2018, senza allontanarci troppo dagli orti di casa. Ad esempio Durer a Milano in primavera, e Courbet a Ferrara in autunno. Andremo a visitarli, poi ci fermeremo a pranzo alla “Capanna di Eraclio” a Codigoro, o al “Contraste” da Matias Perdomo, o a “The Stage”in Piazza Gae Aulenti. O forse ce ne andremo “Ingalera”, nel ristorante-gourmet gestito dai detenuti nel carcere di Bollate.