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Aemilia, Brescia: “Scrissi a Vecchi perché mi definì boss”

Al via nel tribunale reggiano il rito abbreviato sulle nuove accuse. L'autore della missiva dal carcere al sindaco: "La inviai perché mi sono sentito attaccato da lui"

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REGGIO EMILIA – “Mi sono sentito attaccato personalmente dal sindaco, che mi aveva definito come un boss”. Cosi’ Pasquale Brescia, imputato nel processo contro la ‘ndrangheta al nord Aemilia, spiega i motivi alla base della lettera che, dal carcere di Bologna dove era detenuto, scrisse alla fine del gennaio del 2016 al primo cittadino di Reggio Emilia Luca Vecchi esortandolo a dimettersi. Tirando tra l’altro in ballo (nella missiva fatta recapitare dal suo avvocato dell’epoca Antonio Comberiati alla redazione reggiana del Resto del Carlino) le parentele della moglie di Vecchi Maria Sergio.

Una vicenda, quella per cui Brescia e’ stato denunciato dal primo cittadino per minacce, in cui l’imprenditore edile cutrese imputato per associazione di stampo mafioso in Aemilia e’ stato assolto in primo grado nel processo collaterale Aemilia bis, con sentenza impugnata dalla Direzione distrettuale antimafia e ora in attesa di essere discussa in appello. Un fatto pero’ finito anche nella sfilza di nuovi capi di imputazione contestati dal Pm Beatrice Ronchi, sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Antonio Valerio e Salvatore Muto, a 34 imputati.

I quali, secondo l’accusa, tra il 28 gennaio 2015 e il 6 febbraio 2018, quando gia’ si trovavano in carcere, avrebbero continuato portare avanti le attivita’ illecite del sodalizio criminale da dietro le sbarre con l’aiuto di chi era fuori. Cosi’ Brescia, che per le nuove accuse ha chiesto di essere giudicato con rito abbreviato iniziato oggi nel tribunale di Reggio (il procedimento ordinario e’ “sospeso”), si e’ difeso questo mattina nell’esame condotto dai suoi avvocati.

La lettera, ha specificato Brescia, “e’ stata scritta tra il 28 e il 29 gennaio e non era stata condivisa con nessuno degli altri imputati perche’ ero io il soggetto attaccato. Era farina del mio sacco”. Si trattava della risposta, aggiunge l’imputato, a due interventi del sindaco apparsi sulla stampa il 24 e il 26 gennaio, che rivendicavano la confisca da parte del Comune del maneggio abusivo di Brescia nella frazione di Cella. Nulla a che vedere, dunque, con la strategia “volta a minacciare larvatamente figure istituzionali o imprenditoriali per riscuotere vantaggi dopo l’inatteso indebolimento della cosca derivante dagli arresti dell’operazione Aemilia”, come ipotizzato dall’accusa.

A questo proposito Brescia conferma inoltre di aver scritto anche all’imputato Antonio Muto (classe 1955), ma non per definire un contrattacco agli articoli di giornale di quel periodo, ma solo per dei “semplici saluti” e a cui Muto “non mi ha mai risposto”. Falso invece, sostiene il calabrese, che fossero state redatte altre lettere indirizzate ai vertici di Iren e di Transcoop. Respinte infine al mittente le accuse mosse a Brescia dal pentito Salvatore Muto secondo cui, grazie alle conoscenze dell’imprenditore con alcune guardie, sarebbe stata introdotta in carcere entrare una radiolina con delle schede di memoria sd contenenti degli audio sia di minaccia sia di indottrinamento dei testi del processo Aemilia.

“Cose assolutamente non vere”, afferma Brescia, aggiungendo: “Con Muto e Antonio Valerio ho avuto a che dire, ma per cose lievi”. Sulla stessa linea Gaetano Blasco nel suo esame: “I computer non li conosco e non ho mai visto nessuna radiolina. Posso giurarlo sui miei figli” (fonte Dire).

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