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Riforme economiche, il grande assente della campagna elettorale

La campagna elettorale è tutta incentrata su impegni di spesa che non indicano da dove vengono le entrate. L'unica cosa di cui il nostro Paese non ha bisogno: aumentare la spesa pubblica

REGGIO EMILIA – Fascismo e antifascismo come se fossimo ancora nel Dopoguerra, l’immigrazione usata a mo’ di clava dal centrodestra per terrorizzare l’elettorato e spostare voti, quote dello stipendio propagandate e poi non versate nel fondo del microcredito da parte di alcuni eletti del M5S. Che brutta campagna elettorale. E, su tutto, il disinteresse e la noia che attanaglia un elettorato che, a venti giorni dal voto, ancora non sa quale candidato scegliere.

Forse è colpa del sistema elettorale proporzionale che, secondo molti, di fatto non consentirà a nessuno di uscire vincitore dalle urne. Forse è colpa dei politici che, dopo decenni di cattiva politica e promesse mancate, non riescono più ad attrarre gli elettori. Forse è anche colpa nostra che non abbiamo e non vogliamo trovare il tempo per riappropiarci della politica.

E poi c’è un grande assente in questa campagna elettorale ed è l’economia. Il centrosinistra parla di ripresa ma, in realtà, la crescita dell’1,6% nel 2017 (oltre ad essere inferiore ad altri paesi europei) e il miglioramento dei dati dell’occupazione non si stanno traducendo in un miglioramento delle condizioni di vita degli italiani. Il fatto è che dobbiamo intenderci su cosa intendiamo per ripresa. Se basta il segno più, allora la riposta è “sì c’è la ripresa”. Ma se allarghiamo lo sguardo ci rendiamo conto che, in realtà, non siamo usciti dalla crisi. Questo perché, pur con l’accelerazione della ripresa, abbiamo chiuso il 2017 con un Pil reale inferiore ai livelli del 2007 e pari a quello del 2003.

Questo significa che noi italiani abbiamo la stessa ricchezza di 15 anni fa e che, per tornare ai livelli del 2007, almeno secondo i calcoli della Cgia di Mestre, dovremo attendere fino al 2022-23. Ecco, in quel momento saremo davvero usciti dalla crisi. La maggior parte dei paesi dell’eurozona è già ben oltre i massimi del 2007. Se a questo aggiungiamo che l’aumento di posti di lavoro è rappresentato da impieghi precari, a termine e sottopagati, il quadro è completo ed è desolante.

Sono pochi i politici oggi disposti ad ammettere questa realtà e a cercare di trovarvi rimedio. Non lo è il Pd, che ha governato fino ad ora e che dovrebbe spiegare agli italiani la verità, ovvero che non è stato fatto abbastanza per tirare fuori il Paese dalla crisi (compito d’altronde non facile) e non lo fa il centrodestra che, a parte la trovata iniqua della flat tax e quella propagandistica delle pensioni minime a 1.000 euro, non sembra avere le idee molto chiare in proposito.

Non lo fanno i Cinque Stelle che puntano molto sul reddito di cittadinanza, ma non spiegano, come del resto Berlusconi nel caso delle pensioni minime, dove prendere le risorse per adottare determinati strumenti. Nemmeno la Lega Nord che punta a farci uscire dall’euro e ad abolire la riforma Fornero senza avere idea di cosa accadrà dopo. Liberi e Uguali si concentra molto sulle politiche del lavoro e non fa, almeno, proclami roboanti, promettendo cose che poi, difficilmente, si riusciranno a mantenere per mancanza di copertura finanziaria.

Il Pd parla di salario minimo e taglio strutturale al cuneo fiscale di quattro punti, di una pensione di garanzia da 800 euro per i più giovani, della stretta del lavoro a termine e di un piano fiscale per la famiglia da 9 miliardi. Anche qui non è chiaro dadove arriveranno i soldi che si stimano in 40-50 miliardi di euro da spalmare sulla legislatura (ma comunque la metà e un terzo rispetto alle promesse del centrodestra e grilline).

Sono tutte promesse, insomma, di facile presa sull’elettorato che mirano a prendere voti prospettando immediati benefici economici per i cittadini senza addentrarsi su come e dove si troveranno le risorse. Impegni di spesa, quindi, senza indicare le entrate. Proprio l’unica cosa di cui il nostro Paese non ha bisogno: aumentare la spesa pubblica. Mancano totalmente, invece, i progetti che veramente potrebbero fare ripartire davvero l’Italia.

Ovvero una serie di riforme strutturali che puntino sulla concorrenza, sulla produttività, sul rendere più attraente il Paese per gli investimenti esteri, sul miglioramento dell’efficienza della pubblica amministrazione, abbassando i tempi della giustizia e sulla semplificazione fiscale e burocratica. Di tutto questo si fa fatica a trovare traccia nei programmi dei partiti in questa campagna elettorale che si sta trasformando in una delle più anonime e incolori della storia italiana.