Parmigiano Reggiano, Confcooperative attacca i vertici del Consorzio

La Centrale coop: "Troppa produzione, no alla ricerca di facili consensi. Questo è sviluppo illusorio"

REGGIO EMILIA – “La produzione va riportata rapidamente a livelli più coerenti rispetto alle capacità di assorbimento del mercato, e il Consorzio di tutela deve invertire una rotta che in questi mesi, all’insegna di un illusorio sviluppo legato esclusivamente ad un aumento delle risorse investite sulla comunicazione (peraltro già previsto dall’aumento del contributo consortile stabilito nel dicembre 2016), ha indotto a pensare che si potesse crescere senza un governo dei flussi produttivi, creando così condizioni di potenziale grave pregiudizio sullo sviluppo e sulla tenuta dei redditi dei produttori”.

Confcooperative bacchetta duramente i vertici del Consorzio a dimostrazione di come lo scontro consumatosi nelle elezioni consortili dello scorso anno, segnate dalla sconfitta delle centrali cooperative con la vittoria degli imprenditori privati che ha eletto presidente Nicola Bertinelli (foto), e vice Ugo Scalabrini, è ancora sul campo. Confcoop, che rappresenta gran parte dei caseifici sociali, è preoccupata per l’aumento nella produzione del re dei formaggi e, nonostante l’aumento dei prezzi, teme un’implosione della “bolla”. E quindi chiede che le quote produttive siano riportate sotto controllo, critica la ricerca di “facili consensi” e boccia le strategie di comunicazione di via Kennedy definendole “illusorio sviluppo”, anche per i consumi che crescono troppo poco all’estero.

Nonostante le quotazioni alte del Parmigiano Reggiano, Confcooperative racchiude in questo pre-allarme e nei richiami al Consorzio la preoccupazione per il futuro del comparto, segnato da un continuo e sensibile aumento delle scorte per il prodotto stagionato oltre i 18 mesi, da una produzione cresciuta del 5,1% nel 2017 (oltre il 10% in due anni rispetto a piani produttivi che ipotizzavano volumi in aumento sotto il 2%) e da un nuovo balzo produttivo anche a gennaio 2018, con un +6,3%.

“Rischiamo – sottolinea Confcooperative – di andare sempre più in distonia con consumi che crescono troppo poco anche all’estero e che, al di là di proclami e intenzioni, non si modificano con la velocità con la quale, al contrario, cresce la produzione e si riformano scorte che dovranno essere smaltite in lunghi periodi in cui la tenuta delle vendite potrebbe essere sorretta solo da un calo dei prezzi e, conseguentemente, dalla penalizzazione dei redditi dei produttori”.

“Con un approccio poco rigoroso al governo della produzione (salita a 3,65 milioni di forme nel 2017) e senza attente analisi sulla ricostituzione delle scorte – prosegue la centrale cooperativa di Largo Gerra – rischiamo di vanificare il faticoso lavoro costruito strategicamente negli anni scorsi, non solo con la definizione dei livelli di produzione sostenibili, ma anche con l’attribuzione delle quote produttive direttamente alle aziende agricole (quote oggi iscritte nei loro patrimoni, negoziabili e usabili anche come garanzie) e l’introduzione di una contribuzione differenziata finalizzata a scoraggiare gli eccessi di produzione”.

“La stessa franchigia su queste contribuzioni aggiuntive proposta dal Consorzio e approvata dai soci nelle scorse settimane – osserva Confcooperative – va esattamente all’opposto del governo dei flussi produttivi, avendo di fatto “legalizzato” una produzione del 3% superiore a quella fissata dai piani produttivi in totale assenza di ragioni di mercato (consumi italiani ed esteri) e in presenza di un aumento delle scorte complessive che a dicembre ha superato il 12%”.

“Per un prodotto a così lunga stagionatura – prosegue Confcooperative – guardare semplicemente alle quotazioni del momento serve a poco; occorre, al contrario, mettere insieme tutti i fattori che, nel tempo, possono dare stabilità ai redditi dei produttori su livelli soddisfacenti, tenendo ben presente che sui buoni livelli attuali incidono tre anni di produzione (2013, 2014 e 2015) in bilico tra flessioni (-0,85% nel 2013) e aumenti massimi sotto l’1% (+ 0,57% nel 2014) che hanno reso sopportabile il balzo del 5,1% del 2016”.

“Da parte del Consorzio – conclude Confcooperative – serve subito una ripresa rigorosa del governo dei piani produttivi orientata ai redditi e non agli ottimismi di maniera o ai facili consensi, perché in gioco c’è il futuro delle aziende agricole, di una montagna che non ha alternative produttive e, tra i consorziati, soprattutto quello dei caseifici cooperativi che vivono di conferimenti e, differenza dei privati, alle congiunture sfavorevoli non si possono sottrarre semplicemente acquistando latte al minor prezzo”.