Lavoro, la grande fuga: 5mila reggiani espatriati in un anno

Anche a Reggio dati allarmanti nel 2016. Lo studio del sociologo Mazzoli: “Sono sempre di più i nostri concittadini che si trasferiscono all’estero”. Crisi, scarsi impieghi e stipendi da fame le motivazioni della migrazione

REGGIO EMILIA – Non saranno proprio tutti dei “cervelli in fuga”, ma i numeri non lasciano spazio a dubbi: Reggio Emilia diventa meno attrattiva e in molti scappano all’estero. E’ uno dei dati salienti del Rapporto sulla coesione sociale del territorio realizzato dall’osservatorio della Camera di commercio reggiana. Nelle pagine del ponderoso studio, curato dal sociologo Gino Mazzoli, si legge infatti come sia “sempre rilevante e crescente il numero dei reggiani che prendono residenza all’estero che, nel tempo, è diventato nettamente maggiore rispetto al numero degli stranieri che, invece, si sono stabiliti nella nostra provincia: nell’ultimo anno 1.200 contro 560.

Tuttavia per stimare il numero dei reggiani che hanno modificato temporaneamente il loro domicilio all’estero per motivi di lavoro senza avere cambiato residenza, bisogna moltiplicare per 4 il numero di chi ha portato la propria residenza in altri Paesi: in questo modo risulterebbe che nel 2016 hanno modificato residenza o domicilio verso l’estero ben 4.800 nostri concittadini”. Escludendo coloro che hanno scelto di andarsene da Reggio per motivi personali, per lo più legati al miglior tenore di vita che altri Paesi esotici garantiscono rispetto all’Italia, e che rappresentano una porzione marginale, la gran fetta di coloro che hanno fatto le valigie è rappresentata da giovani.

Il motivo? Sempre il solito: la crisi economica e le difficoltà lavorative. Lo conferma due dati forniti dallo studio di Mazzoli: il primo riguarda il numero delle imprese che a Reggio continua a calare (-349 pari allo 0,6% nell’ultimo anno e -2.523 pari al 4,3% dal 2008), il secondo le difficoltà nel trovare un’occupazione stabile e remunerata “dignitosamente”. “Fra il 2015 e il 2016, infatti, sono aumentati di 4.000 unità gli iscritti alle liste di disoccupazione” si legge nello studio.

Del resto lo spettacolo desolante è davvero sotto gli occhi di tutti: giovani sfruttati fin da subito, prima con l’alternanza scuola-lavoro e poi con una snervante palude di lavoretti sottopagati svolti per anni e anni sognando un irraggiungibile contratto a tempo indeterminato; irraggiungibile perché il jobs act e le cosiddette tutele crescenti, come ormai ogni italiano sa bene, non sono altro che un’enorme fregatura.

Un impianto normativo del lavoro a maglie davvero larghe, nelle quali si insinuano sempre più imprese che ricorrono al lavoro irregolare per ridutte il costo del lavoro di oltre il 50% mettendo spesso fuori mercato le aziende che operano nella legalità. “Mettono una grave ipoteca sul futuro dei lavoratori lasciandoli privi delle coperture previdenziali, assistenziali e sanitarie”. I dati allarmanti emergono dal focus Censis – Confcooperative “Negato, irregolare, sommerso: il lato oscuro del lavoro”.

Secondo la Commissione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, istituita presso il MEF, considerato l’insieme delle attività economiche, il salario medio orario sostenuto dalle imprese per retribuire un lavoratore regolare dipendente è di 16 euro; il salario pagato dalle aziende per un lavoratore irregolare corrisponde a 8,1 euro cioè circa la metà del salario orario lordo del lavoratore regolare. Ma, come sappiamo, c’è anche chi offre molto meno di 8,1 euro all’ora, e che stritola il lavoratore sino a remunerarlo 0,33 euro ogni 60 minuti (caso registrato alla Cgil di Taranto ndr).

Quello di cui non si parla mai è il lavoro nero universalmente utilizzato negli studi professionali. Avvocati, commercialisti, geometri, architetti, ingegneri, geologi, agronomi, chimici, periti, ecc. si ritengono da sempre autorizzati ad impiegare personale privo di contratto, in questo aiutati dai governi che in epoche successive hanno autorizzato varie formule giustificative: stage, tirocinio, praticantato, ecc.

Con questo sistema i giovani diplomati e laureati finiscono in un girone infernale in cui le prestazioni sono illimitate, il compenso è ridicolo e la capacità contrattuale è uguale a zero. La giustificazione normalmente adottata dai professionisti suona più o meno cosi: “Tanto poi, una volta imparato il mestiere, guadagneranno un sacco di soldi (chi parla evidentemente sa di cosa parla) e questo proprio grazie a quello che imparano durante il periodo di praticantato”.

La giustificazione non convince nessuno, tant’è vero che i giovani italiani, finita la scuola, abbandonano il patrio suolo e vanno a cercare lavoro all’estero. Circa 5 milioni gli italiani vivono e lavorano fuori confine, di cui oltre 2 milione con un’età inferiore a 50 anni e un milione con meno di 34 anni. Tra questi anche 10mila medici e altri 16mila professionisti, soprattutto in ambito sanitario, ma anche architetti e insegnanti. Regno Unito, Svizzera, Francia, Stati Uniti e Spagna sono le mete preferite. Si calcola che nel 2016 gli italiani emigrati siano stati 114.00, di cui 39.000 diplomati e 34.000 laureati. Ma i flussi effettivi sono ben più alti di quelli registrati dagli uffici comunali, così che questi dati andrebbero moltiplicati di 2,5 volte.