La Corte d’appello: “Pagliani tassello delle cosche”

L'ex consigliere comunale di Forza Italia, condannato a 4 anni, "cooperò consapevolmente"

REGGIO EMILIA – Giuseppe Pagliani costituiva un “tassello essenziale” nell’esecuzione del programma criminale della cosca di ‘ndrangheta operante in Emilia, a cui forniva “una cooperazione ben precisa, efficace e consapevole”. Lo scrivono i giudici Cecilia Calandra, Roberto Cigarini ed Eufemia Milelli nelle motivazioni della sentenza d’appello del rito abbreviato del processo Aemilia, che il 12 settembre dell’anno lo scorso ha condannato il politico di Reggio Emilia, esponente del Popolo delle liberta’, a quattro anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Un verdetto che ha ribaltato completamente la sentenza assolutoria di primo grado.

Di cosa era accusato Pagliani? Di aver stretto con gli appartenenti al sodalizio criminale un “patto di scambio politico-mafioso” prestandosi, in cambio della promessa di un futuro sostegno elettorale (voti che lo avrebbero “portato in cielo”) ad essere “il cavallo” del sodalizio criminale e il portavoce politico della strategia mediatica ideata dai suoi membri nel 2012. Con le attenzioni dei media sia locali che nazionali su di loro e la stagione delle interdittive antimafia aperta dall’allora prefetto di Reggio Antonella De Miro, la cosca viveva infatti in quel periodo un momento “di particolare difficolta’”.

Da qui l’idea di reagire con una campagna politico mediatica volta a presentare gli imprenditori calabresi come ingiustamente vessati da provvedimenti iniqui e vittime di cooperative rosse, amministratori locali e, soprattutto del Prefetto stesso. A tale idea si era accompagnata poi la scelta di Pagliani come “rappresentante e portavoce pubblico del sodalizio criminale”, ruolo da lui assunto come confermato da tre fatti, mai messi in discussione ne’ dal giudice di primo grado, ne’ dalla stessa difesa di Pagliani.

Il nome di Pagliani e’ collegato all’incontro per pianificare la campagna di sensibilizzazione del 2 marzo che il politico ebbe nell’ufficio di Nicolino Sarcone, alla cena del 21 marzo al ristorante Antichi Sapori (il proprietario era l’odierno imputato nel troncone principale del processo Aemilia Pasquale Brescia). Ed infine c’e’ la lunga serie di interventi e interviste rilasciate da Pagliani nei successivi mesi di settembre e ottobre, quando emerse che alcuni partecipanti alla cena di poco tempo prima erano stati colpiti a luglio da provvedimenti antimafia.

Su questi argomenti Pagliani da un lato si difendeva pubblicamente dalle accuse a lui mosse di aver incontrato personaggi in odore di mafia, ma dall’altro continuava a sostenere la tesi della “discriminazione” degli imprenditori cutresi. Il giudice di primo grado, pur ritenendo che in origine c’era stato un patto tra i calabresi e il politico, aveva ritenuto che da un lato le azioni intraprese da Pagliani – tra cui una lettera che accompagnava i ricorsi degli imprenditori calabresi contro le interdittive – non avevano portato a nessun vantaggio concreto per la cosca, mentre dall’altro aveva giudicato le azioni di Pagliani di carattere “meramente autodifensivo”. Dunque, non essendo stata accerata l’attuazione del patto politico-mafioso ipotizzato dall’accusa, Pagliani era stato assolto per non aver commesso il fatto. Poi la sentenza e’ stata ribaltata.

Nel suo ricorso la direzione antimafia ha invece sostenuto che Pagliani, pur essendo animato da intenti personali “non e’ mai venuto meno all’accordo con la consorteria criminale”, rafforzando comunque “l’immagine e la forza esterna del gruppo”. I difensori di Pagliani hanno escluso che il politico fosse consapevole “della mafiosita’ di coloro che lo avevano invitato ad una semplice cena elettorale” e affermato che le azioni di Pagliani erano prive di “effettivita’ e intenzionalita’ delittuosa”. Nelle motivazioni della sentenza di appello i giudici scrivono pero’ che il reggiano, sapeva bene chi andava ad incontrare (ad esempio al ristorante Antichi Sapori non si trovava in mezzo ad una folla di sconosciuti, ma in una saletta riservata con persone selezionate e non arrivo’ alle 22 per restare poco tempo, ma almeno due ore prima).

Ma soprattutto, “l’eventuale intento di autotutela che verosimilimente animava Pagliani non necessitava certo da parte sua di prese di posizione che fornivano oggettivamente ai correi supporto difensivo, visibilita’, legittimazione pubblica e strumenti di attacco alle istituzioni” (Fonte Dire).