De Napoli: “Il fallimento della Reggiana mi ha allontanato dal calcio”

L'ex centrocampista della nazionale di Vicini: "Mi piacerebbe aprire un ristorante a Quattro Castella"

QUATTRO CASTELLA (Reggio Emilia) – Fernando De Napoli è stato uno dei più grandi giocatori italiani. Uno di quegli atleti capaci di porsi con intelligenza al servizio di campioni del livello di Diego Armando Maradona. Non è mai facile vivere all’ombra di compagni che ti rubano la scena, anche se molto del loro successo è dovuto al tuo lavoro. Eppure De Napoli ha saputo farlo, contribuendo al successo delle squadre in cui ha giocato, raggiungendo la Nazionale, dimostrandosi uomo maturo e sportivo esemplare.

Fernando, sono passati diversi anni dal tuo ritiro. Oggi la partita più importante, quella della vita, come la stai affrontando?
La sto vivendo a Quattro Castella, soprattutto in famiglia e, sì, un po’ annoiandomi. Spero di fare qualcosa in futuro, i progetti non mancano, ma non so se ho veramente voglia di tornare nel mondo del calcio, soprattutto dopo la delusione passata con la Reggiana. Nel frattempo e per allontanarmi ancor più da quell’ambiente, seguo giornalmente programmi di culinaria, forse un giorno indosserò il cappello da chef qui a Quattro Castella.

Pensi di poter essere stato un esempio valido per i giovani o credi che ognuno abbia una sua storia e una sua personalità irripetibili?
Io sono nato in un paesino di montagna (Chiusano di San Domenico – Avellino) dove, ancora oggi, si vive di sola agricoltura. Giocavo in mezzo alla strada e capitava, a volte, che la palla rompesse un vetro della caserma dei carabinieri. Fu lì che, un giorno, un signore di cui ricordo solo il nome, Corrado, passando mi vide e propose a mio padre di sostenere un provino alla U.S. Mirgia di Mercogliano. Mi selezionarono, il passaggio all’Avellino fu immediato e da quel momento è nato il Nando De Napoli che tutti hanno conosciuto. Posso dire di essere stato un ragazzo fortunato in quanto sono arrivato ai massimi livelli del calcio, senza particolari infortuni e soprattutto grazie alla mia famiglia che non ha mai ostacolato ogni scelta personale, anche quando alla scuola preferivo il pallone. Ripensando alla mia storia, al successo che ho raggiunto, ma anche ai sacrifici che ho dovuto affrontare, posso solo augurare ai tanti ragazzi di oggi che pensano di mollare, che temono di non avere un futuro, di riuscire a non arrendersi e seguire i loro sogni sino in fondo. Non bisogna vivere di rimpianti.

Quanto hai perso e quanto hai guadagnato smettendo di giocare?
Ho perso tanto quando mi sono reso conto, quando giocavo nel Milan, che il ginocchio non andava. La cartilagine non c’era più e lì ho capito che era giunto il momento di mollare. Sapevo che mi sarebbero mancati lo stare in gruppo, lo sfogarsi negli allenamenti, persino l’odore dell’erba bagnata. Ci penso sempre ed è stato un momento duro. Ancor oggi, vedendo una partita, la voglia di scendere in campo è tanta. È stata la mia vita e senza l’aiuto e la vicinanza della mia famiglia non so come avrei potuto affrontare i giorni dell’abbandono. Ma, se vuoi proprio saperlo, io sono molto attaccato alla mia terra e non mi sono mai montato la testa. Il mondo del calcio, vissuto da dentro, è ben diverso da quello che sognano tanti ragazzi. Un atleta per reggere a certi livelli deve prepararsi bene, essere sempre concentrato. Un professionista deve essere ben inquadrato. Preparavo le partite seguendo ritmi di vita regolari e ben scanditi, riposando per poter dare il massimo in campo, evitando discoteche o altre inutili distrazioni. Ricordo sempre il mio primo allenatore, Arrigo Sacchi, quando militavo nel Rimini. Poi sono passato all’Avellino ed in altre società, ma i suoi insegnamenti mi sono sempre serviti da utile guida. Tutto questo ha richiesto sacrifici veri, rinunce pesanti per un giovane e non sempre c’è un lieto fine. Voglio aggiungere, per farmi capire, che da quando sono stato tradito dalla società granata (penso al giorno del fallimento datato 13 luglio 2005) non entro più allo stadio di Reggio Emilia. Io ho visto fallire la Reggiana, una squadra che volevo portare ad alti livelli come team manager. A questa società ho dedicato tutta la mia passione, ho sfruttato la mia esperienza, ma sono stato preso in giro da persone disoneste. Ecco, lo ammetto, il fallimento della Reggiana è stata l’esperienza che mi ha veramente allontanato dal calcio.

Hai incontrato più campioni allo stadio o sulla strada?
E lo chiedi a uno che ha avuto la fortuna di incontrare grandi campioni come Maradona, Careca, Van Basten? Uomini che sembravano nati proprio per giocare a calcio? Maradona in allenamento era una cosa straordinaria. E ancora ricordo i brividi che ho provato quando, militavo nell’Avellino, Ottavio Bianchi mi disse: “Tu oggi marchi Platini”. Ma sono appunto, solo ricordi. Oggi, fuori dai campi di gioco, ho trovato e sempre cerco persone semplici, al mio livello. Non so se posso definirli campioni, ma sono amici, stiamo bene insieme e questo forse, conta di più. E… prima che me lo domandi… no, non sono vecchi compagni di strada. Sarà per il mio carattere riservato, ma non ho più contatti con loro.

Sei passato dal regalare alla gente le tue imprese sportive, al gestire il rapporto con la famiglia. Oggi chi consideri il tuo mister?
Potrei dirti mia figlia, alla quale tengo molto. O anche mia moglie che ha un posto importante nella mia giornata. Io sono uno spirito libero, un lupo sceso dalla montagna. E al contrario dei famosi lupi di Avellino che sono forti quando sono in branco, io ho la tendenza a chiudermi in me stesso, mi piace stare solo, anche se per questo devo essere ancora più forte. Sì, io mi sento mister di me stesso, perché ho saputo farmi da solo. Nessuno mi ha mai regalato niente. È tutta farina del mio sacco. L’unico giocatore dell’Avellino che abbia vestito la maglia azzurra della Nazionale. Significa qualcosa, no?

Prima di concludere, l’esclusione della Nazionale dai mondiali, è una condanna o un’occasione?
Credo che possa essere un’occasione. La gente ne sta ancora soffrendo ed è ora di fare spazio ai giovani. Chi prenderà in mano la FIGC, chi farà il presidente, deve riuscire a capire le vere cause di questa mancata convocazione e le responsabilità ricadono sia sui vertici sportivi sia sui giocatori. Bisogna avere il coraggio di puntare sulle nuove leve calcistiche. Eusebio Di Francesco (attuale tecnico della Roma) è un ottimo esempio di come un allenatore debba muoversi per far crescere i giovani giocatori. Ma non tutto è negativo. Vediamola come un’opportunità di rinnovamento, come lo schiaffo che serve a risvegliare un uomo che dorme. Godiamoci questi mondiali. Dopo aver toccato il fondo, non si può che risalire. Le delusioni servono anche a questo. Ricordo la Nazionale delle notti magiche, negli anni ‘90. Era una delle squadre più forti e il terzo posto fu un vero fallimento. Non aver vinto quel Mondiale mi brucia ancora oggi. Dovevamo vincerlo noi, eravamo i più forti (poi gli occhi si illuminano nel ricordo del traghettatore Azeglio Vicini recentemente scomparso, ndr).