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Giulio Cesare, spettacolo interessante: con luci e ombre

Messa in scena interessante, con qualche caduta di ritmo e qualche problema attorale, ma ricca di immagini suggestive e coinvolgenti. A volte un po' didascalico e ruffiano, ma piena anche di riflessioni importanti sulle nostre democrazie

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REGGIO EMILIA – Pogano i senatori vestiti da Lupi Ezechieli di Rigola e, nella loro danza sfrenata, corrompono l’animo del nobile Bruto ricordandoci che l’homo è homini lupus. Le immagini di Barack Obama e Hillary Clinton che guardano basiti l’irruzione delle forze speciali Usa nel compound di Abbottabad per uccidere Bin Laden e, ancora, il piccolo Aylan, esanime, sulla spiaggia di Bodrum in Turchia. E’ ricco di immagini suggestive l’inizio del “Giulio Cesare” di Rigola, ma è anche un po’ didascalico e irritante con quelle scritte che vogliono indirizzare lo spettatore su quale sarà la lettura dello spettacolo.

Rigola gioca a carte scoperte fin dall’inizio. “Fino a che punto il fine giustifica i mezzi? La violenza è lecita? Esiste la democrazia? Viviamo in una vera democrazia?”, si chiede e ci chiede. Sono le stesse domande che si pongono anche Bruto e i congiurati. La scena è spoglia. C’è solo un parallelepido che serve per proiettare immagini, ma fa anche da fondale. La recitazione naturale si alterna a quella amplificata da numerosi microfoni che servono per dare spazio ai pensieri dei protagonisti.

Ci sono in scena molte donne che fanno la parte degli uomini. Un po’ come accadeva nel teatro elisabettiano di Shakespeare dove, non potendo le donne recitare, le parti erano tutte ad appannaggio degli uomini. Qui Rigola ci vuole suggerire che il potere e le sue dinamiche perverse appartengono a tutto il genere umano. Allora Cesare viene intrepretato, efficacemente da una convincente Maria Grazia Mandruzzato e Cassio da una intensa Margherita Mannino.

Lo spettacolo procede con trovate decisamente interessanti e coinvolgenti, soprattutto sul piano visivo e sonoro, ma quando si va sul piano della parola iniziano le difficoltà. Il cast non è compatto nella recitazione. Non tutti i giovani attori si trovano a loro agio con un testo così complesso come quello shakesperiano. Cade, in particolare, il Bruto interpretato da Stefano Scandaletti, ma anche altri faticano. Fa eccezione il Marco Antonio di Michele Riondino che parte in sordina, ma poi si riprende alla grande con il monologo davanti alla salma di Cesare. Una bella prova la sua.

La seconda parte dello spettacolo è meno incisiva della prima. Le trovate sceniche calano e prevale l’atleticità degli attori impegnati, nella battaglia di Filippi, a recitare davanti ai microfoni e a togliere le ossa davanti a un pupazzone che rappresenta, di nuovo, il piccolo Aylan. Una trovata un po’ ruffiana, non ce ne voglia il regista, quella di rappresentare questo simbolo della tragedia dell’immigrazione che, tuttavia, non sembra c’entrare molto con quello che è stato messo in scena. Forse Rigola ci vuole dire che è una vittima come Bruto? Aylan è una vittima dei giochi di potere dei Grandi della terra. Ma i congiurati non lo sono e nemmeno Bruto, pur animato da nobili propositi (eliminare la tirannia) lo è dato che, comunque, ha partecipato all’uccisione di Cesare.

In conclusione quello di Rigola è uno spettacolo con spunti indubbiamente interessanti, con qualche caduta di ritmo e qualche problema attorale, ma ricco di immagini suggestive e coinvolgenti. Pieno, soprattutto, quando si libera della didascalità della primissima parte, di riflessioni interessanti sulle tanto strombazzate “esportazioni della democrazia” e “guerra umanitarie”. Da vedere, comunque. Applausi a scena aperta, alla fine dello spettacolo, da parte di un pubblico piuttosto numeroso.

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