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Aemilia, Scalzulli: “Il catasto? Sembrava un suq arabo”

La deposizione dell'ex direttore: "Rendite abbattute su almeno 22 capannoni e pratiche informatiche cancellate di notte"

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REGGIO EMILIA – Quando il primo marzo del 2009 prese servizio a Reggio Emilia, il nuovo direttore del catasto Potito Scalzulli (foto) trovo’ una gestione dell’ufficio pubblico piu’ simile a quella di un “suq” arabo. Arrivando a scoprire nei successivi 3 anni (nel 2012 e’ andato in pensione mentre ora e’ assessore del Comune di Galeata nel forlivese) 22 casi di capannoni industriali (ma “sarebbero centinaia”), l’ultimo dei quali appurato personalmente, in cui la rendita catastale era stata modificata al ribasso procurando cosi’ un vantaggio fiscale ai proprietari degli immobili.

Irregolarita’ che il funzionario, ascoltato oggi come testimone della Corte nell’aula reggiana del processo Aemilia, denuncio’ con esposti ai suoi superiori regionali e nazionali. In risposta questi ultimi non solo non lo presero in considerazione, ma gli consigliarono di smetterla. Inoltre le draconiane misure di riorganizzazione che Scalzulli mise in atto per arginare la gestione “promiscua”, “inadeguata” e “autonoma” (da parte degli addetti) di accettazione delle pratiche edilizie, portarono ad una campagna diffamatoria nei suoi confronti, contrassegnata prima da una serie di lettere anonime che lo accusavano di peculato e abuso d’ufficio, per culminare con minacce ai suoi figli.

Il tutto, come Scalzulli ha riferito anche in commissione Antimafia dove e’ stato ascoltato nei mesi scorsi, ad opera secondo lui di un vero e proprio “sistema” radicato nel catasto reggiano. Nella sua testimonianza pero’ il dirigente, seppure diverse volte incalzato dal giudice Francesco Maria Caruso, non ha saputo delineare con chiarezza i rapporti tra l’ufficio che dirigeva e i membri della presunta cosca di ‘ndrangheta cutrese imputati nel processo.

Se non specificamente criminale il quadro tratteggiato in aula da Scalzulli e’ sconfortante. Racconta il testimone che ad esempio non era applicata la procedura di accettazione informatica delle pratiche, che i cittadini consegnavano “de visu cartacee ai tecnici che davano un’occhiata e le passavano”. Ma “c’era anche un passaggio in piu'”, riferisce Scalzulli, “addirittura un passaggio preventivo, informale, per vedere se potevano sorgere problemi”.

Poi “non c’erano capi reparti”, mancava una separazione anche fisica degli sportelli di front office dagli uffici (per cui chiunque, anche gli stessi cittadini privati, potevano andare dove volevano) e “la gestione delle procedure era lasciata alla responsabilita’ dei singoli”. In piu’, riferisce Scalzulli l’ufficio era suddiviso in diverse “correnti” unite “non da intenti di mansioni ma da affinita’ personali se non geografiche”.

In particolare “il 10% dei dipendenti (6 persone su 56) erano di Cutro ed erano spesso assieme”, mentre alcuni di loro sono stati coinvolti in un’inchiesta giudiziaria per l’abbattimento della rendita catastale di un capannone poi finita in prescrizione. Tra questi anche Salvatore Scarpino, consigliere comunale a Reggio Emilia per tre mandati di cui due nel Pd e l’ultimo attuale in Articolo-1 Mdp. Lavora poi tuttora al catasto anche Renato Maletta, che per un periodo fu il segretario dell’associazione sportiva con base nel maneggio abusivo di Cella, realizzato dall’imputato di Aemilia Pasquale Brescia con i fratelli.

Tra gli illeciti riscontrati dal direttore anche la cancellazione di alcune pratiche informatiche – anche con accessi notturni al sistema del catasto – da parte di un dipendente e la classificazione come “casa di lusso” di due villette a schiera costruite da una ditta edile calabrese, che furono considerate sulla carta una cosa sola e vendute a 900.000 euro. Scalzulli afferma: “Quando procedetti alla riorganizzazione dell’ufficio, questo dette davvero fastidio: era come se avessi rotto una sorta di equilibrio interno, uno status quo a cui si era abituati da sempre”. Contro il dirigente partirono cosi’ almeno 5 lettere anonime in cui veniva accusato di peculato (per aver fatto costruire una doccia) e abuso d’ufficio, con la minaccia di segnalare il tutto alla Corte dei Conti.

L’ex direttore dell’Agenzia del territorio e’ un fiume in piena e punta il dito anche contro i suoi ex superiori che non lo sostennero. Cita l’allora direttrice regionale del catasto Carla Belfiore e quella di Roma Gabriella Alemanno, sostenendo che la prima lo abbia perfino costretto a firmare una dichiarazione in cui ammetteva di aver fatto costruire la doccia ad uso privato. La difesa degli imputati ha chiesto di poter ascoltare le due funzionarie chiamate in causa. Il tribunale ha respinto la richiesta sottolineandone “l’assoluta irrilevanza” (fonte Dire).

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