Omicidio Moro, quando Gallinari si nascondeva nel condominio “vaticano”

Il brigatista reggiano trovò ospitalità in una palazzina di proprietà della Ior dopo l'uccisione dello statista democristiano. Le nuove scoperte della Commissione parlamentare di inchiesta

REGGIO EMILIA – Il brigatista reggiano Prospero Gallinari fu ospitato, dopo l’uccisione di Moro, nell’autunno del 1978 a Roma, in una palazzina di proprietà dello Ior, nella zona della Balduina, in via Massimi 91. La palazzina era abitata anche da cardinali (Vagnozzi e Ottaviani), prelati e dallo stesso presidente dello Ior, Paul Marcinkus. Sempre in quell’edificio aveva sede una società americana che lavorava per la Nato, e vivevano in affitto esponenti tedeschi dell’Autonomia, finanzieri libici e due persone contigue alle Brigate rosse.

E’ quanto emerge dagli atti della terza relazione della Commissione parlamentare di inchiesta presieduta da Giuseppe Fioroni. Non solo ma secondo la commissione, che ha potuto avere accesso, in seguito alla declassificazione, a una grande quantità di atti dei servizi segreti e delle forze dell’ordine seguita alla cosiddetta “direttiva Renzi”, il “complesso edilizio, anche alla luce della posizione, potrebbe essere stato utilizzato per spostare Aldo Moro dalle auto utilizzate in via Fani a quelle con cui fu successivamente trasferito, oppure potrebbe aver addirittura svolto la funzione di prigione dello statista”.

La relazione, grazie a nuovi testimoni, dimostra addirittura che Gallinari e le armi usate dalle Br a via Fani, sono stati nascosti per alcuni mesi, nell’autunno 1978, nello stesso stabile di Via Massimi 91. Prospero Gallinari, che è morto per un infarto il 14 gennaio del 2013, considerato per lungo tempo l’assassino di Moro (Moretti poi si autoaccusò dell’omicidio dello statista democristiano anche se rimangono dubbi su chi abbia veramente premuto il grilletto quel giorno, ndr), avrebbe dunque trovato riparo in un edificio di proprietà della banca vaticana dove aveva sede anche una società che lavorava per la Nato.

Moro fu veramente ucciso nel garage di via Montalcini?
Ma dalla relazione della Commissione emergono altri particolari che contribuiscono, anche se solo in parte, a diradare le nebbie su uno dei misteri più oscuri della storia italiana. Secondo le nuove perizie espletate dal Ris dei Carabinieri, la Renault 4 rossa su cui fu trovato ucciso lo statista democristiano, non avrebbe potuto avere il cofano aperto, tanto era ristretto il box di via Montalcini dove, secondo la versione dei carcerieri, fra cui c’era Gallinari, sarebbe stata eseguita la condanna a morte dello statista.

L’uccisione di Moro, infatti, secondo quanto affermato dai brigatisti, sarebbe avvenuta nel garage dell’appartamento e sarebbe stata eseguita da Moretti. Tuttavia la perizia ha dimostrato che sarebbe stato praticamente impossibile esplodere dei colpi contro lo statista democristiano, seppur con il silenziatore, se non tenendo la porta del garage aperta il che, ovviamente, avrebbe comportato un rischio eccessivo.

Prospero Gallinari

Le segnalazioni palestinesi ignorate
Il documento spiega anche che il presidente della Dc avrebbe avuto la possibilità di rimanere in vita perché la segnalazione di un possibile attentato, giunta a Roma dalle fonti palestinesi del colonnello Giovannone, un mese prima del sequestro, era assolutamente attendibile. A evitare la tragedia sarebbe bastata una macchina blindata e una scorta. Non solo ma Moro, secondo la testimonianza dell’ex brigatista Michele Galati sentito dalla commissione, avrebbe anche avuto la possibilità di confessarsi con un sacerdote durante la prigionia in via Montalcini.

La visita del sacerdote
Racconta Galati: “Era stato Mario Moretti a decidere autonomamente che tale incontro potesse avvenire, senza coinvolgere nella decisione la direzione strategica. La famiglia Moro era pienamente al corrente di quanto avvenuto, essendo stata anche informata da Morucci e Faranda, ma non ha mai voluto rivelarlo”.

“Un martirio laico”
Scrive il presidente della commissione Fioroni: “Alla luce delle indagini compiute, comunque, il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro non appaiono affatto come una pagina puramente interna dell’eversione di sinistra, ma acquisiscono una rilevante dimensione internazionale. Al di là dell’accertamento materiale dei nomi e dei ruoli dei brigatisti impegnati nell’azione di fuoco di via Fani e poi nel sequestro e nell’omicidio di Moro, emerge infatti un più vasto tessuto di forze che, a seconda dei casi, operarono per una conclusione felice o tragica del sequestro, talora interagendo direttamente con i brigatisti, più spesso condizionando la dinamica degli eventi, anche grazie alla presenza di molteplici aree grigie, permeabili alle influenze più diverse”. Al riguardo Fioroni parla di “martirio laico” di Moro.