Omicidio di Fabbrico, come in un film di Bollywood: nuovo arresto

In manette il 38enne pakistano Shamraiz Naveed Sadiq. La storia della fuga d'amore con una ragazza pakistana era solo una "messinscena", ordita e pianificata da mesi, per organizzarne l’esecuzione della vittima, uccisa in realtà per un pettegolezzo

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FABBRICO (Reggio Emilia) – Una fuga d’amore che non si sarebbe mai realizzata, l’onore infangato, la messinscena su Facebook, la relazione omosessuale impossibile e l’omicidio la sera di San Valentino. Sullo sfondo perfino un rituale islamico in una moschea a suggellare il patto omicida. Una trama degna di un film di Bollywood quella che si è consumata nelle campagne della Bassa reggiana a Fabbrico. Oggi l’ultimo tassello delle indagini, condotte dal sostituto procuratore Giacomo Forte, con l’arresto del 38enne Shamraiz Naveed Sadiq. Ma, come in un film, bisogna tornare con alcuni flashback indietro fino a quella notte del 14 febbraio 2014.

Ahmed Waqas, 20 anni, arrivato in Italia dal Pakistan in cerca di un futuro migliore, viene ucciso a coltellate, denudato e sotterrato nel cortile di una ditta di Fabbrico. Il giovane era andato lì, accompagnato da Ghulam Mustafa, 45 anni, un altro pakistano di 45 anni, convinto di trovare l’amore della sua vita, la giovane, Gvr, di cui si era invaghito su Facebook. Aveva invece trovato l’odierno arrestato, il 38enne Shamraiz, che, insieme a Naveed, lo aveva ucciso.

Poteva finire lì, ma nel maggio di quell’anno, durante i lavori nel cortile della ditta, viene trovato il corpo del 20enne. Iniziano le indagini che puntano verso l’amico del cuore di Ahmed, Ghulam, che viene arrestato per il suo omicidio nel maggio di quest’anno. Secondo gli inquirenti Mustafa Ghulam, persona da tutti indicata come il maturo, fraterno amico della giovane vittima, forse anche mosso da sentimenti più profondi di una mera amicizia, dopo aver aiutato la coppia di innamorati a realizzare il loro progetto, ne aveva poi tradito la fiducia consegnandolo ai suoi carnefici che, all’epoca, erano stati individuati nei familiari della ragazza.

La ricerca dei familiari ha portato invece gli inquirenti a scoprire una verità degna di una sceneggiatura cinematografica. La progettata fuga con la ragazza non esisteva. Anzi, a non esistere, erano la ragazza, le storie sul suo conto, le chat Facebook con cui apparentemente prendeva vita, le presunte vicende in cui la donna era coinvolta e gli amici che a scuola frequentava. Tutto falso, tutto inventato, con l’unico fine di far credere al giovane Ahmed di avere in corso una relazione con una ragazza benestante ed intenzionata a scappare con lui per un matrimonio non combinato e non approvato dalla famiglia, in una sorta di film dietro la cui regia vi erano invece i suoi assassini, che con quel “teatro”, artatamente creato con un falso profilo Facebook, intendevano soltanto organizzare in maniera perfetta e premeditata il suo barbaro omicidio.

Waqas non sapeva, infatti, che dall’altra parte di quella chat, a rispondere alle sue richieste di affetto, non vi era la bella, ricca e innamorata ragazza chiamata GVR, bensì i suoi assassini, che con quella messinscena portata avanti per non meno di otto mesi, erano riusciti a convincere il giovane che a breve, grazie a quel matrimonio, sarebbe diventato felice e benestante, quando invece lo stavano conducendo al suo patibolo.

I due assassini e al centro la vittima

Quella tragica notte di San Valentino, infatti, non c’era nessuna ragazza ad attenderlo per fuggire con lui in Germania, ma soltanto i suoi assassini che volevano farlo sparire dalla circolazione senza che nessuno potesse insospettirsi. Nessuno lo avrebbe mai trovato e padre, madre e parenti lo avrebbero immaginato felice in un qualche posto in Europa, unitamente alla ragazza, le cui chat, create ad arte, costituivano, secondo l’elaborato piano, la prova documentata dell’avvenuta fuga d’amore in realtà mai avvenuta.

Per suggellare l’accordo criminale e assicurarsi che nessuno degli assassini, dopo l’omicidio, avrebbe mai tradito il complice, Shamraiz, con la promessa di denaro, si era garantito l’assoluta fedeltà del complice Ghulam, attraverso un rito islamico, portandolo nella moschea di Fabbrico e ottenendo il sacro giuramento di fedeltà da parte di quest’ultimo sul testo del Corano, corredato dalle rituali abluzioni.

Peccato per loro che qualcuno abbia scavato scoprendo il cadavere e peccato che gli inquirenti, cercando di approfondire la vicenda, abbiano effettuato una rogatoria internazionale negli Usa chiedendo i dati del profilo su cui viaggiavano i messaggia a Facebook. Da lì sono riusciti a rintracciare la chat in cui il giovane Ahmed Waqas, violando la promessa a cui era stato costretto di non rivelare a nessuno il nome dei propri mediatori con quella che riteneva essere la fidanzata GVR, aveva invece confidato ad un proprio parente in Pakistan il nome di Naveed Sadiq Shamraiz (che sarebbe stato l’esecutore materiale del suo omicidio), indicandolo chiaramente come colui che lo stava aiutando nelle fasi organizzative del proprio matrimonio segreto e della fuga all’estero.

La conferenza stampa di stamattina

A quel punto le indagini hanno preso una accelerazione in una direzione ben diversa da quella inizialmente ipotizzata (secondo la quale gli assassini del ragazzo erano da individuarsi nei parenti della inesistente fuggitiva). Ghulam e Shamraiz, oltre alla figura di GVR, avevano infatti creato ad arte un vero e proprio teatro di cui la vittima era a sua insaputa il protagonista principale. Numerosi i personaggi di fantasia inventati per rendere più credibile a Waqas l’esistenza di GVR tutti rinvenuti nelle chat acquisite dagli investigatori: l’amica del cuore Kiran, la sorella maggiore Sabi oltre ad un susseguirsi di vicende mai avvenute. Tra queste la più incredibile è quella in cui i due arrestati hanno fatto credere alla vittima che la propria fidanzata si trovava in ospedale dopo aver ingerito del veleno proprio per via del proprio innamorato Waqas,  a tal punto da indurre in quest’ultimo un vero e proprio stato di angoscia per le condizioni della propria amata.

Mancava il movente. Ma i carabinieri hanno scoperto anche quello. A scatenare l’ira omicida del cittadino pakistano, oggi arrestato, sarebbe stato soltanto un banale pettegolezzo fatto della stessa vittima all’amico Ghulam sul conto della moglie di Naveed circa la bellezza particolare di quest’ultima in confronto invece alle fattezze del marito, commento casualmente captato da Naveed mentre quest’ultimo si trovava in casa e anziché dormire (come ritenuto da Waqas), era già invece sveglio nella propria camera. Ahmed, la vittima, veniva infatti dallo stesso paese pakistano di Naveed. La futura sposa era rimasta là più a lungo e Ahmed la conosceva bene. Da lì i pettegolezzi che hanno fatto infuriare il marito della donna.

È stato questo il motivo scatenante che ha condannato a morte Ahmed Waqas, trascinandolo nel diabolico piano organizzato già qualche giorno successivo da Naveed Sadiq che, consapevole del forte rapporto di amicizia esistente tra la vittima e Ghulam Mustafa, nonché ben conscio delle precarie condizioni economiche del secondo, lo ha immediatamente assoldato per la realizzazione della trappola. Ad aumentare il quadro cautelare a carico di Naveed Sadiq si è aggiunta inoltre la circostanza dell’imminente partenza per il Pakistan programmata per il 20 dicembre.

A lui viene contestato il reato di omicidio premeditato in concorso con l’aggravante di aver agito per futili o abbietti motivi nonché per la particolarità crudeltà usata nei confronti della vittima. Gli inquirenti non escludono ulteriori sviluppi nelle indagini. Gli sceneggiatori di Bollywood dovranno attendere.

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