Sacerdoti e volontari vanno nei luoghi dello sfruttamento

Sono decine le donne che nel Reggiano si trovano in queste condizioni di sfruttamento sessuale, in balia di sfruttatori e puttanieri a caccia di emozioni forti

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REGGIO EMILIA – Donne e ragazzine vittime di tratta e di clienti senza scrupoli morali, trasportate come bestiame in Italia e a Reggio dai trafficanti, obbligate a vendersi in strada nel miraggio di un riscatto che non arriva mai. Una ventina di africane a Ponte Enza, una decina a Cella e Pieve Modolena lungo la via Emilia, altrettante in zona Stazione a cui si aggiungono altrettanti trans e le slave. Le tariffe variano a seconda delle prestazioni: 20-50 euro per le nere, qualcosa di più per le bianche, 50-100 euro i trans.

Sono tantissime le donne che nel Reggiano si trovano in queste condizioni di sfruttamento sessuale, in balia di sfruttatori e puttanieri a caccia di emozioni forti, sfogo e prestazioni a basso costo. A loro sono rivolti progetti che non fanno clamore perché lenti e attuati in una quotidianità sommersa. Si chiamano “Maria di Magdala”, “Rosemary”, “Eva Luna”, “Bakhita”. C’è anche il “Progetto invisibile”, rivolto a chi si prostituisce al chiuso. Si tratta di interventi spesso rivolti a madri con bimbi e gravide finite ai margini della società, fuggite dalla violenza, che sperano in un domani diverso per il loro bimbi, come ci spiega Maria Leuratti, responsabile di “Maria di Magdala”, che solo nell’ultimo anno ha avviato circa venti ragazze su percorsi di accoglienza.

La Regione Emilia-Romagna ha attivato da vent’anni interventi istituzionali e sociali nell’ambito di “Oltre La Strada”, capofila di una rete che in ogni provincia mette insieme vari soggetti e diverse azioni. Il Comune di Reggio ha attivato già nel 1997 il progetto Rosemary. La Chiesa reggiana, a sua volta, “ha scelto di costruire una rete tra tutte le realtà ecclesiali che camminano con le donne” con “Maria di Magdala”. Partecipano la Caritas diocesana, l’associazione Rabbunì di don Daniele Simonazzi, la coop sociale “Madre Teresa” e il Cav (l’antiabortista “Centro aiuto alla vita”), “Casa Betania” (parrocchia di Albinea) e la casa di accoglienza di San Giovanni della Fossa, le Case della Carità, alcune parrocchie e famiglie.

“Ogni settimana, specialmente nelle notti del weekend – spiega Leuratti – un gruppo di sacerdoti e volontari va nei luoghi dello sfruttamento sessuale. L’unità di strada parla con le ragazze, le ascolta, offre aiuto, si instaura un rapporto di fiducia. A chi decide di cambiare vita, proponiamo un cammino personalizzato di liberazione, di ricerca lavoro, inserimento in comunità e successivamente di reintegrazione nella vita pubblica e sociale. Si tratta di percorsi che variano da qualche mese a un anno”. Il tutto con uno spirito missionario e di testimonianza evangelica.

Nell’ambito locale capostipite di questo approccio (e predecessore dei progetti istituzionali di Comune e Regione) è Rabbunì. La Caritas, oltre ad avere la responsabilità del coordinamento di “Maria di Magdala”, incontra tantissime donne in difficoltà grazie all’ambulatorio per gli stranieri irregolari e al Centro d’Ascolto, indirizzandole poi verso chi fattivamente fa accoglienza come ad esempio la coop “Madre Teresa” che, grazie a diverse “case”, ospita soprattutto le mamme e le donne gravide.

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