Mafie, Mora: “Silenzio assordante della politica su Aemilia”

Il segretario della Cgil: "I sindaci non vedono l'ora che il processo si chiuda e poi si faccia l'appello fuori da Reggio. I protocolli di legalità non bastano. Serve un confronto con tutte le forze sociali"

REGGIO EMILIA – “C’è un silenzio assordante da parte della politica e dei sindaci sul processo Aemilia. Questo è molto preoccupante, perché è evidente che si vuole aspettare che il processo si chiuda, che vengano comminate le sentenze e poi si faccia l’appello fuori da Reggio. Eppure Valerio ti sta dicendo chi sono i capi oggi della ‘ndrangheta e che questi sono ancora a piede libero”

Guido Mora, segretario provinciale della Cgil, va all’attacco della politica reggiana e delle organizzazioni imprenditoriali sul territiorio che, a suo parere, stanno mettendo la testa sotto la sabbia di fronte alle rivelazioni del pentito Valerio al processo Aemilia che iniziano a produrre i primi effetti visti i tre arresti di oggi (l’intervista a Mora è stata fatta ieri, ndr).

Mora, lei dice questo. Eppure il Comune di Reggio, per esempio, potrebbe replicare che ha fatto un protocollo di legalità contro le mafie
I protocolli contengono riferimenti e criteri da seguire nelle attività, anche amministrative, ma poi c’è il campo delle cose concrete e della realtà. Sul campo vai a vedere e capisci che quei criteri lì non hanno funzionato. Serve una verifica, un monitoraggio e una misurazione dei fenomeni. E queste cose vanno fatte assieme.

Lei sta dicendo che sui protocolli le forze politiche, economiche e i sindaci non si confontano con i sindacati?
Sì, io l’ho detto in varie sedi, ma questa proposta non è mai stata accolta. Alla fine del 2014 noi abbiamo detto che c’era un problema a tutti i livelli e in tutti gli ambiti sulle infiltrazioni. Non ci hanno creduto. Attivarsi davvero non è una cosa semplice: bisogna informare il dipendente pubblico e il sindacalista, l’operatore delle Posta e i dipendenti delle banche. Abbiamo proposto questo alle amministrazioni comunali, ma i sindaci non vogliono rispondere.

Lei sta dicendo che i sindaci fanno i protocolli, ma poi non accettano il confronto con le organizzazioni sindacali su questi temi? Non c’è una contraddizione con i documenti che firmano?
Loro dicono che si attengono ai protocolli, perché si ritiene che questo argomento sia talmente scabroso che ti puoi mettere al riparo solo facendo pedissequamente quello che ti dicono le procedure. Ebbene, io le dico che ne abbiamo fatti tanti, ma non abbiamo debellato la mafia. Ci vuole un’azione fattiva e di collaborazione fra i vari soggetti, ma questa non è mai stata messa in campo, né con i Comuni, né con le associazioni di categoria. Lei vede qualche associazione di categoria in provincia che questo tema lo stia trattando facendo informazione e formazione? No. Eppure ce ne sarebbe almeno una a cui converrebbe farlo.

E perché non lo fanno?
Non lo fanno, perché un tema tabù. Così come i sindaci di questa provincia, prima della retata di Aemilia, non volevano parlare dell’argomento e dicevano che la ‘ndrangheta non era un problema nostro. Quando è successo qualcosa si sono arrabbiati perché il loro Comune veniva messo in una luce negativa. Sa cosa mi ha detto uno dei sindaci che si è costituto parte civile? Mi ha detto che lo fatto perché era mosso dalla preoccupazione che il Comune fosse etichettato come mafioso. Ecco perché.

Eppure le iniziative non mancano. Venerdì, per esempio, ci sarà un incontro in sala del Tricolore sulle mafie
Le facciamo anche noi, ma non sono cose esaustive. Io, per esempio, ho chiesto a un giornalista di seguire il processo Aemilia, ma non basta. Per affrontare una cosa così complessa tu devi mettere insieme le associazioni imprenditoriali, i professionisti, i sindaci e la politica. Da solo non puoi affrontare una cosa così grossa. E questo non viene fatto.

Lei quindi non è ottimista per il futuro
Se le reazioni non ci sono, dai per scontato che quel problema non c’è più. Se invece pensi che c’è ancora, me lo dimostri facendo un’azione di contrasto in tutti gli ambiti di questa comunità. Questi erano dappertutto: nella polizia, nei carabinieri, nel sistema bancario, nelle associazioni di categoria, nell’informazione e nel catasto. Questo per condizionare le nostre scelte a tutti i livelli. Erano sostanzialmente imprenditori in diversi settori e si muovevano liberamente come gli pareva.