Gavassa, i cittadini: “Biometano, fatelo a Mancasale”

Il professor Tamino: "Quello in uscita da quel tipo di strutture non è compost ma digestato che è rifiuto speciale e che si porta addosso tutta una serie di rischi ambientali e sanitari"

REGGIO EMILIA – Serata di approfondimento a Gavassa sull’impianto di biometano da rifiuti che Comune e Iren vorrebbero costruire su un’area rurale alle porte di Reggio, l’iniziativa organizzata dal Comitato Per Gavassa insieme al coordinamento provinciale dei Comitati ambientali (una quindicina di sigle dall’Appennino al Po) ha visto la partecipazione di quasi 130 persone (presenti anche esponenti di diverse sigle politiche, dal Pd di Gavassa al M5S passando per SI, Lega e una senatrice), stipate anche nel corridoio, che hanno partecipato con grande attenzione all’incontro con Gianni Tamino, professore emerito all’Università di Padova e biologo di fama nazionale.

La serata ha esordito con una serie di osservazioni sul destino che quell’area ha dovuto subire a partire fin da quando si voleva fare un inceneritore, progetto abortito soprattutto grazie ai comitati che hanno frenato la politica, poi un TMB (sontuosamente ribattezzato all’epoca “fabbrica dei materiali”), poi un TM e infine un B (l’attuale progetto di biometano).

E’ poi proseguita con una serie di spunti. Scrivono i cittadini: “L’impianto costerebbe quasi 8 volte l’arena al campovolo, produrrebbe un consumo di suolo pari a 4 volte la superficie del Conad Luxemburg, andrebbe incontro a una pressione sulla mobilità nell’ordine di almeno un centinaio di camion al giorno per il conferimento dei rifiuti e, soprattutto, ci sarebbero alternative, sia sulla dimensione che sulla localizzazione e gli impatti dell’impianto, che avrebbe più senso a Mancasale, dove si potrebbe andare anche a risolvere gli storici problemi odorigeni che affliggono quella zona, e ultimo ma non meno sul destino per quei terreni a Gavassa che – anche se già acquisiti da Iren – avrebbero sempre una forte vocazione agricola da promuovere con colture di pregio e non con dell’altro cemento”.

Il lungo e approfondito intervento del professor Tamino ha invece affrontato tutte le problematicità di un progetto del genere partendo dalla fondamentale premessa che “non ci può essere adeguata esigenza impiantistica se prima non si sviluppa al massimo un porta a porta spinto con tariffa puntuale”, puntando l’attenzione sul fatto che “quello in uscita da quel tipo di strutture non è compost ma digestato che è rifiuto speciale e che si porta addosso tutta una serie di rischi ambientali e sanitari anche per la filiera agroalimentare, che non è vero che impianti non inquinano ma anzi producono diverse tonnellate di sostanze pericolose come azoto ammoniacale, formaldeide e parassiti come i clostridi”.

Secondo Tamino l’energia rinnovabile su cui investire anche per il trasporto pubblico “è l’elettrico più che il biometano” e ha aggiunto che “come cittadini bisogna attivarsi e approfondire le conseguenze di questo tipo di progetti pretendendo una Valutazione di impatto ambientale, presentando osservazioni e aprendo un’interlocuzione attiva e partecipativa con l’amministrazione locale”.