Aemilia, Valerio racconta i capicosca emiliani

Il pentito: "I Sarcone erano i padrini, mentre Bolognino era nel business degli scambisti"

REGGIO EMILIA – Nuovi retroscena criminali, ma soprattutto il “ritratto” dei fratelli Sarcone (Nicolino, Giuseppe, Carmine e Gianluigi) che governavano la “succursale” reggiana della cosca di Cutro e di Michele Bolognino, che gestiva gli affari illeciti in provincia di Parma.

Questi i contenuti della deposizione fiume del pentito Antonio Valerio al processo Aemilia, proseguita questa mattina nell’udienza svolta nel tribunale di Reggio Emilia. Collegato in video dal sito riservato in cui vive, Valerio afferma sui Sarcone: “La ‘locale’ di Reggio Emilia e’ loro. Sono i reggenti della ‘ndrangheta a Reggio Emilia”.

In particolare, Nicolino Sarcone era “il padrino” mentre gli altri tre fratelli avevano un grado oltre “la santa” e brillavano anche di luce riflessa. A Gianluigi Sarcone, il pentito attribuisce un ruolo specifico: “la mente che diversficava gli affari”, citando poi “appalti nella Bassa modenese e a Bologna e su quello si sviluppavano altre cose: usura, falsa fatturazione estorsione”. I Sarcone, insieme ad Alfonso Diletto, erano anche deputati a gestire le eventuali relazioni con altre organizzazioni criminali come la Camorra.

Collocato temporalmente dopo il 2004, quando con la morte del vecchio boss Antonio Dragone Nicolino Grande Aracri consolido’ il suo potere, il resoconto di Valerio tratta di nuovo di progetti di omicidi pianificati a Reggio Emilia. Infatti “c’era sempre collaborazione tra Cutro e Reggio Emilia, se si doveva fare qualcosa, come finanziare un omicidio ci si aiutava perche’ siamo dello stesso ceppo”

Nei piani sanguinari riportati dal testimone c’e’ quello che vedeva nel mirino Angelo Salvatore Cortese, oggi anche lui “pentito per amore”, reo di dare fastidio perche’ si “stava allargando troppo”. Lo aspettarono in un cantiere nel reggiano ma Cortese non si presento’ sul luogo dell’agguato. Centro’ invece il bersaglio nel 2008 l’attentato nella frazione Papanice di Crotone contro Luca Megna, figlio di uno storico boss locale. Fu ucciso perche’ “non potevano esserci due bastoni a comandare”.

L’episodio introduce anche la figura di Michele Bolognino, graduato con “la santa” e schierato all’inizio proprio con i Megna, che entro’ in affari in Emilia dopo aver conosciuto i fratelli Palmo e Giuseppe Vertinelli, oggi imputati. Le sue attivita’ erano all’inizio: “Noleggio auto e scambio di coppie”. Bolognino, spiega Valerio, entro’ nella cerchia di Grande Aracri “di fatto, grazie al nostro passaparola”.

Il boss tra l’altro gli avrebbe perdonato anche l’omicidio di Francesco Capicchiano, uomo di Grande Aracri che partecipo’ all’omicidio Megna e che Bolognino (secondo quanto Valerio ha riferito di aver saputo da Roberto Turra’) vendico’. “Grande Aracri vide che Bolognino sapeva sparare e faceva affari. Tanto – dice il pentito – quando non gli serviva piu’ sapeva lui che doveva farci” (fonte Dire).