Aemilia, Valerio in affanno nel controesame della difesa

Il pentito dimostra di non conoscere bene Luigi Muto che venne indicato da lui come uno dei nuovi reggenti della cosca operante in Emilia

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REGGIO EMILIA – Antonio Valerio appare in difficolta’ e i legali degli imputati del processo Aemilia contro la ‘ndrangheta mettono a segno un punto, in vista della fase conclusiva del processo con le requisitorie dei pm e le arringhe difensive. Valerio, diventato collaboratore di giustizia lo scorso aprile, viene oggi nuovamente interrogato per il controesame dall’aula del tribunale di Reggio Emilia (con cui e’ collegato in video da un sito protetto), ma sull’imputato Luigi Muto rilascia dichiarazioni che stridono con quanto affermato in udienza pochi giorni fa.

Muto, che non e’ detenuto, viene infatti indicato da Valerio non solo come uno dei nuovi reggenti della cosca operante in Emilia, ma anche il suo “allievo che ha superato il maestro”, con cui ha fatto false fatturazioni fino al 2000. Eppure, incalzato dall’avvocato Vito Villani, il pentito ammette di non essere stato invitato al matrimonio dell’amico (“Abitavo al nord con la famiglia, lui si e’ sposato giu'”, motiva Valerio), di non conoscerne la moglie, e di essere stato a casa di Muto “solo quando la stava costruendo”.

Invitato poi a fornire esempi specifici di temi o strategie in discussione nelle riunioni con i referenti della cosca a cui dice di aver preso parte, il collaboratore ha abbozzato. Diverse domande del controesame vertono poi sull’organizzazione della “locale” di Cutro a Reggio, che Valerio ha spiegato essere autonoma dalla casa madre e “fluida” al suo interno, con “ognuno che poteva farsi i fatti suoi” e lui stesso ancora di piu’, essedo un affiliato “a statuto speciale”. Il collaboratore di giustizia, battibeccando con i difensori, ironizza: “Devo fare un disegnino?”. Ma il presidente della Corte, Francesco Maria Caruso lo prende in parola invitandolo a tracciare davvero uno schema da fornire al Tribunale.

Valerio ha parlato anche delle sue attivita’ lecite, come una “fabbrichetta di ponteggi” ed altre attivita’, travolte da una serie di decreti ingiuntivi, oltre ad un “tesoretto” di 50.000 euro circa sparso tra banche e parenti, che ha speso “strada facendo nella carcerazione”. Rispondendo ad una domanda sulla sua decisione di pentirsi, ribadisce: “La ‘ndrangheta fa schifo”. Infine gli viene domandato se sia un tossicodipendente e se questo fosse compatibile con il grado criminale di “quartino” conquistato da Valerio. “Non ho mai fatto uso di sostanze stupefacenti. A 20 anni ho fatto delle orge, mi interessava quella”, e’ la risposta fornita agli avvocati.

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