Aemilia, il pentito: “Ecco come sopravvive ora la ‘ndrangheta”

Secondo Valerio ci sono imputati a piede libero che continuano a reggere lo stendardo della cosca e fa i nomi di Antonio Crivaro, Carmine Sarcone, Giuliano Floro Vito e Luigi Muto

REGGIO EMILIA – Una tigre che, anche se ferita in profondita’ dal processo Aemilia, e’ tutt’altro che morta. Sarebbe in sostanza questa la situazione attuale della ‘ndrangheta a Reggio Emilia, secondo il pentito Antonio Valerio. Nell’udienza del processo in rito ordinario che si e’ svolta stamattina nel Tribunale reggiano, Valerio ha rivelato i nomi di alcuni imputati che, a piede libero, “ancora oggi hanno grandi di disponibilita’ di denaro” e intrattengono “rapporti” con quelli detenuti.

Che a loro volta “ricevono il consuntivo di quello che avviene fuori”. Le risorse sarebbero usate anche da chi e’ ristretto per comprare o riscattare immobili pignorati e, in un caso, sono state utilizzate perfino per le stesse spese processuali di Aemilia. Posto che le dichiarazioni di Valerio saranno passate al setaccio dagli inquirenti, coloro che continuerebbero a reggere lo stendardo della cosca sarebbero oggi Antonio Crivaro, Carmine Sarcone, Giuliano Floro Vito e Luigi Muto.

Di quest’ultimo Valerio parla come “dell’allievo che ha superato il maestro” e racconta: “Quando arrivo’ in Emilia non aveva nulla: suo padre, che giu’ faceva estorsioni, aveva perso tutto in un crac. Qui girava con le Peugeot taroccate e senza assicurazione”. Luigi Muto, classe 1975, era pero’ “giovane e sveglio, si rivolse a me che facevo l’agente assicurativo e inizio’ con le truffe assicurative, poi con l’usura, e fino al ’97, ’98, non ha mai avuto nessun problema legale”. Un altro componente della famiglia Muto, Antonio (classe 1955), cugino di Luigi, viene invece indicato come una sorta di addetto “alle pubbliche relazioni”.

Fu di Antonio Muto, ad esempio, l’idea dei voti “per portare in cielo Giuseppe Pagliani”, come la proposta al Comune di Reggio Emilia di acquistare l’inveduto degli imprenditori edili cutresi e destinarlo a case popolari. Su questo il pentito spiega: “Tutti quanti, me compreso avevano appartamenti invenduti e pertanto era un pensiero di tutti portare un politico, ma in realta’ non era solo questo che era un fattore principlamente imprenditoriale. Si trattava di costruire per il futuro una struttura, un contenitore di voti che tu puoi spostare dove vuoi perche’ una volta che hai aiutato queste persone in un momento di difficolta’, adesso la loro fedelta’ e’ totale”.

Valerio ribadisce pero’ che dietro l’aiuto agli imprenditori, c’era una strategia parallela: “I due strateghi erano Gianluigi Sarcone e Alfonso Diletto, era tutto in funzione di una logica di pulirisi a livello giuridico, sociale e di immagine”. L’avvio di questa strategia coincide per il pentito con il periodo della crisi: “Prima era un mondo frenetico in cui tutti avevano da fare. Tutto a un tratto ci si e’ trovati bloccati. Poi anche Equitalia si era messa a fare pignoramenti e quindi si cercava una soluzione politica o quanto meno istituzionale per poter gestire o arginare tutto. Da quel momento, dal 2008 al 2011, iniziano alcune logiche da seguire”.

Nel resoconto di Valerio entrano poi anche i rapporti con le forze dell’ordine e i professionisti contabili. Al centro del primo tema il carabiniere Mario Cannizzo e soprattutto Domenico Mesiano, poliziotto autista dell’ex questore di Reggio che si è visto recentemente confermare la condanna, in appello, in abbreviato, a otto anni e mezzo per concorso esterno in associazione mafiosa. “Era un poliziotto a disposizione del gruppo per la strategia e lo sviluppo, era utile a tutto”, dice il pentito di Mesiano. “Sua moglie e’ calabrese e mi disse che era anche disponibile a incontrare Nicolino Grande Aracri”.

La replica di Mesiano: “Mai conosciuto Valerio”
Mesiano, a questo proposito, ci ha inviato una nota che smentisce le dichiarazioni di Valerio: “Il sottoscritto non ha mai conosciuto e tantomeno frequentato Antonio Valerio che è già stato querelato il 22 settembre 2017 dallo scrivente. Mia moglie non è calabrese e nata e cresciuta a Reggio Emilia 42 anni fa. Questa è la dimostrazione che non conosce me è la mia famiglia” (Fonte Dire).