Il “romanzo criminale” del pentito Valerio: “La ‘ndrangheta è a Reggio da metà anni ’80”

Il pentito ha raccontato oggi in aula come la mafia ha spadroneggiato nel nostro territorio per 30 anni

REGGIO EMILIA – Un romanzo criminale ambientato a Reggio Emilia dove la ‘ndrangheta ha spadroneggiato per circa 30 anni. Il pentito Antonio Valerio (nel fotogramma a destra, di spalle, depone in videoconferenza al processo Aemilia, ndr) ha raccontato oggi in aula al processo Aemilia il lato oscuro della nostra città che era emerso più volte nei racconti giornalistici degli anni passati, ma che oggi, nell’aula, in videoconferenza da una località segreta, ha acquisito una forza dirompente. Dopo la confessione di Valerio nessuno potrà più dire che non sapeva e che non si era accorto di nulla, perché, in realtà, l’infiltrazione della criminalità organizzata nella nostra provincia era già evidente per chi voleva vedere.

Antonio Valerio, era un uomo di Nicolino Sarcone, a sua volta presunto referente al Nord del boss Nicolino Grande Aracri (denominato spesso con l’acronimo Gan, ndr). Erano lui e Gaetano Blasco che ridevano mentre ancora la terra tremava qui da noi nel 2012 ed erano suoi gli affari fatti con la ricostruzione. Valerio è tra i 54 dei 147 imputati a essere accusato di associazione di stampo mafioso. Ha detto di avere alle spalle una carriera criminale lunga 30 anni e iniziata nel 1988, quando ha cominciato a spacciare droga. Ha attribuito a se stesso e alla primula nera Paolo Bellini il tentato omicidio di Nino D’Angelo, col quale si contendeva lo spaccio in Val d’Enza. E ha iniziato a raccontare la grande faida fra i Dragone e i Grande Aracri che insanguinò la nostra terra negli anni Novanta.

La commozione nel ricordare la morte del padre
Il racconto di Valerio, quasi come in un flashback cinematografico parte da quel giorno di 40 anni fa in cui il pentito, che oggi ha 50 anni, diventò improvvisamente uomo con la morte del padre, Gino Valerio. Il mafioso si commuove ricordando quel particolare che ha segnato irrimediabilmente la sua vita. Valerio si dichiara colpevole di fronte a tutti i capi di imputazione e poi inizia a raccontare, di fronte ai giudici e ai cronisti. E’ in una località segreta, voltato di spalle, si vede solo una chierica che mostra una calvizie incipiente. Le sue dichiarazioni sono quelle di un uomo che avrà un grosso sconto di pena, grazie alla collaborazione nel processo, ma forniscono una visuale importante del fenomeno mafioso nella nostra città.

Un padre ucciso a Cutro, il 20 luglio del 1977, da “Ruggiero Rosario tre dita”. Questo il racconto dell’omicidio del padre fatto in aula: “Il 3 dita lo apposta lì, perché doveva rallentare, si aggancia allo specchietto retrovisore lo spara e mio padre sente i colpi ma scende dalla macchina, cerca di andare contro il 3 dita, lascia la macchina andare che percorre 300 metri da sola, cerca di prendere 3 dita ma non ce la fa perché viene attinto sotto l’occhio e viene ucciso. Questo vuol dire che mio padre è morto da malandrino, che non aveva paura, questo significa, non aveva paura della morte. Scappare davanti alla morte vuol dire vergogna”.

E il pubblico ministero commenta: “Poteva scappare”. E Valerio: “Cosa che non ho fatto io nel ’99 e mi sono salvato. Mio padre è morto da eroe ma ha lasciato 3 orfani”. Il pubblico ministero gli chiede: “Quanti anni aveva?”. E qui il mafioso crolla e piange, ricordando il momento che, di fatto, ha distrutto la sua vita e lo ha consegnato alla ‘ndrangheta: “Compiuto da due giorni dieci anni e da lì ha segnato…. Ha segnato la mia vita….avevo appena compiuto 10 anni… perché capisco il male che ho fatto agli altri e a quelli che mi volevano bene, ma purtroppo è stata la mia vita. La mia vita cominciò ad essere tutta diversa, sono dovuto diventare capo famiglia, mio fratello aveva 17 anni, ma in verità ero io a Cutro, lui era partito a Reggio con un mio zio”.

Il primo arresto
Poi i primi lavoretti per mantenere la famiglia, a dieci anni, anche come zappatore. “Tre dita” viene condannato a 14 anni, ma dal 77′ all’82 è già in permesso a Cutro e ricomincia a provocare la famiglia di Valerio. Antonio viene mandato a Reggio dove si spera trovi un ambiente migliore, ma purtroppo là trova degli altri mafiosi. Poi, a sedici anni, l’arresto perché viene coinvolto, senza avervi partecipato, in una sparatoria a Montecchio, per scherzo, per provare delle armi. I carabinieri fermano lui e il fratello insieme ad altri e Valerio finisce in carcere. A sedici anni, è il 1983, Valerio finisce nel San Tommaso, il vecchio carcere di Reggio per colpa di altri. Dice in aula: “Mi crolla il mondo addosso, cerco un posto dove stare invece me ne sono trovato in galera, cerco grazia e trovo giustizia, si dice così’ nel mondo criminale”.

Valerio esce dal carcere molto presto e torna a Cutro. Ma poi nel 1984 è di nuovo a Reggio. Lì si lega ai fratelli Palmo e Pino Vertinelli (considerati dagli inquirenti ben inseriti nella cosca Grande Aracri a cui sono stati sequestrati beni per 10 milioni di euro, ndr) e lavora per loro nei cantieri. Racconta che inizia a fare il pugile e poi nel 1986 va a fare il militare. Poi, nella sua vita, torna “tre dita” che, in questa eterna faida familiare, a Cutro “spara a mio zio Franco, mio nonno Gaetano e mia cugina che aveva solo quattro anni”. Racconta al giudice il pentito: “Toccare le donne, toccare dei bambini non è una bella cosa nel mondo criminale… a me ha fatto perdere la testa. Mio nonno e mio zio se ne potevano fare una ragione, ma la bambina…”.

L’inizio della storia criminale: il G7 della mafia. “Con Cutro ci stacchiamo”
Ma la vera storia criminale di Antonio Valerio inizia nel 1987/88 quando, per sua stessa ammissione, iniziò a spacciare droga. Dragone negli anni ’70 elimina i suoi avversari e controlla Cutro. Ma viene arrestato per questo si trova a soggiornare, dopo la condanna a 30 anni, a Reggio Emilia. Racconta Valerio: “Va finire alla Mucciatella del papà di Paolo Bellini (la primula nera, criminale storico reggiano, pentito anche lui, che ha lavorato a lungo con la mafia come sicario, ndr) che in quel periodo era latitante. Gli trovano un appartamento e rimane per diversi anni.. per poco tempo a Quattro Castella ma poi rimane il figlio… lui viene arrestato nel 1984….In quel preciso periodo arriva Dragone, arriva la ‘ndrangheta a Reggio Emilia a Puianello. Arrivando Dragone, soggiornati al nord c’era un Pasquale Voce, capo di Isola o uno dei capi, c’erano gli Arena e c’era Antonio Arena. Ci fu uno storico incontro in zona Quattro Castella. Nel mondo criminale era come un incontro pari al G7/G8, erano i grandi. Tanto per dare una idea dell’importanza. ‘Sti tre si incontrano e incominciano a strutturare. Il percorso degli altri non lo so… Dragone viene riarrestato, Dragone fu attenzionato di un attentato che trovarono una persona che doveva uccidere Dragone per mano dei Cassarola… si lega in quel frangente lì. Dragone viene riarrestato, rimane il figlio Salvatore, esce anche Raffaele si delocalizzano su Carpi, zona Correggio Carpi e Modena e loro incominciano… i figli incominciano a staccarsi da Cutro, il padre li ha spostati da Cutro. Lui li manda dai cugini e iniziano a fare il traffico di droga. I Dragone si chiamano base ferma. Con Cutro ci stacchiamo”. Il giudice Caruso domanda: “Ci vuole una autorizzazione?”. E Valerio: “Erano i Dragone a chi dovevano chiedere? Ai Ciampà ma loro gli accordavano tutto”.

Il tentato omicidio al Redas di Montecchio
E poi Valerio ricorda un tentato omicidio di cui, fino ad oggi, non si conoscevano gli autori. Racconta: “Nella Val D’Enza c’era un tale Nino D’Angelo, i Vasapollo erano agli arresti domiciliari io li ho sostenuti a livello economico (lavoravo bene nello stupefacente), davo a chi aveva bisogno, anche se non era mio dovere, l’ho fatto per dare e avere. Dare sostegno, ricevere sostegno. Vasapollo Vincenzo sia Scida avevano preso stupefacente da Nino D’Angelo che operava nella val d’Enza, uno di noi era di troppo… per me era un problema, era un fastidio. La mia attività poteva essere più fiorente. Succede che D’Angelo si lamenta con me, perché facevano attività di droga sia Vasapollo Vincenzo sia Scida Domenico e si dividevano fra di loro su Reggio. E praticamente ‘sto signore si lamenta con me, io porto la ‘mbasciata a Vasapollo e gli dico guarda che si lamenta perché non hai pagato…. Rincarai la dose con Vasapollo… ti da fastidio allora lo ammazziamo, qual è il problema? E prese forma di uccidere ‘sto Nino D’Angelo, non il cantante, un soggetto siciliano che abitava a Montecchio. Sto Nino D’Angelo cosa fa, io riporto in modo diverso la cosa e prende forma il progetto di uccidere. Vasapollo Nicola era ai domiciliari, Vincenzo credo pure lui… Anche Garà ai domiciliari… mi mandarano Bellini Paolo. Andammo a Montecchio e facemmo il giro di ricognizione per fare l’attività su D’Angelo, verificammo che aveva parcheggiato la macchina vicino a una discoteca il Redas e decidemmo lì di fare l’omicidio. A quel punto D’Angelo stava uscendo dal ristorante mentre stavamo parlando su come fare con Bellini, chi doveva stare in copertura, decidemmo che avrei sparato io, mentre parlavamo esce fuori un po’ di gente e in mezzo c’era D’Angelo. Si era spostato per aprire la macchina, mentre apriva dissi è lui. Presi la pistola e iniziai a sparare in direzione. L’ho attinto alla tempia ma il proiettile è andato verso la mandibola, lui è scivolato per terra e avevo dato per scontato che l’avevo ucciso. Gli diedi altri due colpi, cercai di dare il colpo di grazia, ma il Bellini si mise ad urlare “vai vai” mi era saltata la copertura, vedendo la gente… saltando la copertura non diedi il colpo di grazia. Scappiamo, ci tiriamo via gli abiti, io vado a casa mia. Scappiamo da Montecchio, mi accompagna dove avevo la mia auto, lui va con la sua. Lui disse, dopo lavati, mi disse come dovevo tirare via gli indumenti in modo che non rimanessero residui, di lavarmi con la pipì… ci facemmo poi vedere per crearci l’alibi. Non fummo mai indagati per questo. D’Angelo rimane 15 giorni in ospedale e non muore. Gli è rimasta storta la mandibola, lui se la copre con la barba, ma è deturpato”.

Scene da Pulp Fiction
Ma, nella lunga deposizione, c’è anche spazio per un racconto che sembra uscire direttamente dalla sceneggiatura di “Pulp Fiction” o dalla serie televisiva “Fargo” dei fratelli Coen. Racconta Valerio: “Cosa mi trovo, nel tragitto che facciamo da Capo Colonna, Crotone, sul lungo mare, si esce fuori …. 30/9/90 si faceva tutto il lungomare di Crotone, all’inizio all’altezza del cimitero di Crotone, c’erano dei ragazzi fermi, c’è uno spartitraffico che divideva i due sensi di marcia, nel mio senso di marcia, io davanti e Bellini dietro, con Giuseppe Madaffera (…) ci troviamo una macchina davanti a me con dentro dei ragazzi che chiacchieravano con altri ragazzi nella corsia opposta. Noi eravamo nervosi e cercavo di guadagnare l’uscita, questi erano per i fatti loro e ci ignoravano a noi, suonavo a questi ragazzi e facevano finta di non sentire e ci facevano cenno di aspettare. Di nuovo suonai loro ancora ci sfottevano, misi la macchina con una ruota sopra l’aiuola, saltai con la ruota e bypassai la macchina, stessa cosa fece anche il Bellini, ma loro ci inseguirono, nel correre… noi cercavamo di andarcene, ma quei ragazzi erano insistenti, non avevano cattive intenzioni, erano ragazzi che cercavano la lite, il massimo che potevano cercare. Ci raggiungono a metà del lungo mare, c’era un ristorante Gambero Rosso, si inchioda la macchina in diagonale, mi fermo, si scende dalla macchina, c’è da menarsi, ci meniamo, avevo smesso da poco di fare pugilato. Vediamo chi c’è. Esce un ragazzo abbastanza prestante e incominciamo a parole a disquisire. Sono scesi sia il Madaffari sia Bellini mentre scendono gli altri ragazzi. Vedo che vanno verso i ragazzi. Se do un pugno devo aspettarmi la reazione degli altri. Mentre ragionavo, vedo uno dei ragazzi che fa un gesto, come se si stesse sistemando i pantaloni invece Bellini lo ha interpretato come se stesse prendendo la pistola. Bellini ha messo la sua mano bloccando il ragazzo e con la pistola gli ha sparato in testa. Non so se l’ha preso, siamo scappati tutti. Ho sentito lo sparo e tutti quanti… non era preparata, tutti spaventati e sopresi corriamo tutti… il ragazzo corre in direzione opposta, penso che non l’ha preso…. Io e Madaffari saliamo in auto, Bellini continua a sparare, uno è morto… noi non volevamo fare del male… noi scappiamo con una rocambolesca fuga, a un certo punto arriva Bellini con la sua auto, fuori dal crotonese, mi da la pistola che ha sparato io proseguo per Reggio e lui va giù per Lecce. Ci separiamo e seppi dalla cronaca che due furono feriti e uno ucciso” (si ringrazia la pagina Facebook del processo Aemilia da cui abbiamo tratto alcuni stralci della deposizione di Valerio).

                                                                                                              (1-continua)