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“Pedofilo liberato, quando la giustizia è debole”

Roberto Mirabile: "Le vittime si sentono tradite da quella giustizia che rappresenta lo Stato e che dovrebbe, anzi deve, distinguere nettamente fra Caino e Abele"

REGGIO EMILIA – “Scrivo queste righe assalito da un sentimento di sconforto misto a incredulità, mentre cerco, caratterialmente, di contenere la rabbia crescente. Innanzitutto, vorrei esprimere la mia totale stima nel magistrato Maria Rita Pantani, ottima professionista e baluardo reggiano contro i crimini sessuali sui minori e sulle donne. La Pantani, ben comprendendo la pericolosità sociale del soggetto, che ha confessato di avere abusato un bambino disabile, insisteva nel chiedere al giudice gli arresti in carcere. Niente da fare. Di fronte alla confessione del soggetto, il giudice di Reggio Emilia ha concesso addirittura la libertà, con obbligo di firma e divieto di incontrare la vittima.

Mi dispiace signor Giudice, mi dispiace signora Giustizia: non ci siamo proprio. Non capite, non volete capire che cosa combinate, in questo modo, nelle vittime, nei cittadini, nei criminali stessi. Le vittime: si sentono tradite da quella giustizia che rappresenta lo Stato e che dovrebbe, anzi deve, distinguere nettamente fra Caino e Abele. Un bambino abusato, come una donna violata, devono sentirsi tutelati, creduti, accolti fra braccia forti, comprensive, capaci di capire. E’ scandaloso credere di essere nel giusto applicando a manica larga il codice penale, vietando a chi violenta di incontrare per strada la propria vittima, terrorizzata per sempre. Questi sono abusi di Stato.

Quanto sopra vale per tanti altri reati, non solo per gli abusi sessuali, di cui mi occupo da oltre venti anni. Una giustizia applicata con stupido buonismo non potrà mai funzionare, perché non distingue il confine naturale fra il “buono” e il “cattivo”, appunto fra Abele e Caino.

I cittadini: molti benpensanti lamentano, schifati, della crescente rabbia fra i cittadini, di toni alti e parole grosse, anche in internet. Allora, signori intellettualoidi ipocriti che vi permettete di giudicare stando in poltrona nei vostri salotti indossando cachemire e abiti firmati, chiedetevi obiettivamente, se ci riuscite, il perché tanta gente “normale” , che abita in quartieri “normali”, che vuole passeggiare normalmente per strada, si sente sempre più insicura, non capita, presa in giro. Pochi mesi fa, il governo aveva varato il decreto per inasprire alcune pene per reati orrendi: ecco il risultato. Davanti gli occhi di tutti.

E fatemi un favore, una volta per tutte: smettetela di urlare al “razzista fascista ”, perché ne ho – tanti cittadini come me ne hanno – le scatole piene. Non potete, ogni volta che qualcuno la pensa diversamente da voi, casomai si esprime in modo colorito e semplice, metterlo alla berlina sputandogli addosso aggettivi che – se giustificati ancora oggi – forse apparterrebbero più a voi benpensanti. I fascisti, diceva un intellettuale vero, si distinguono in due gruppi: i fascisti e gli antifascisti.

I criminali: di qualsiasi nazionalità e colore siano, capiscono subito bene quanta impunibilità o meglio bassa punibilità ci sia per loro in Italia, soprattutto con certa magistratura e certe leggi. Più volte ho sentito dirmi, da delinquenti stranieri, che da noi possono reiterare odiosi crimini, tanto in galera non ci vanno e se ci vanno, per poco tempo, mica sono le prigioni del loro paese di origine dove, ricordo un caso particolare, “ in inverno a meno trenta gradi non avevo neanche i vetri alla cella”.

Reggiani, ricordate alcuni anni fa la violenta rapina e aggressione ai titolari di una nota pizzeria del centro storico, con uno di loro picchiato a sangue nella notte? Il giorno dopo i delinquenti, liberi e felici, sono passati davanti alla pizzeria, ridendo in faccia ai titolari, terrorizzati. Solo per la cronaca, erano stranieri, ma non farei differenza se non per un’aggravante, vai a casa tua a fare certe cose.

Un accenno, doveroso, ai carabinieri e alla polizia: mi dispiace tanto per voi. Che tristezza sudare sette camicie e rischiare ogni giorno, per poi subire la beffa dal loro stesso datore di lavoro”.