Tangentopoli e “1993”, scontro tra reggiani sulla fiction foto

L'ex deputato Psi Del Bue stronca la produzione Sky, di cui è story editor il reggiano Nicola Lusardi. "Quando si mischia storia e fantasia si cucina un piatto immangiabile"

REGGIO EMILIA – Ci va giù duro, Mauro Del Bue. La fiction di Sky dedicata agli anni di Tangentopoli all’ex deputato socialista reggiano non solo non è piaciuta, ma addirittura sull’Avanti l’ex sottosegretario si lancia in una stroncatura a 360° di “1993”. Analizza la trama e i personaggi con penna intinta nel vetriolo, per concludere: “… Una buona azione. Ammazzare anche il regista e chi ha scritto i testi non sarebbe stato da meno. Resta un problema forse irrisolvibile. Quando si mischia storia e fantasia, si cucina un piatto immangiabile”. E ancora: “Pessimi gli attori e simil-macchiette i personaggi che interpretano; poco convincente il regista, completamente sbilanciati sul romanzo d’avventura anziché sulla ricostruzione storica dei fatti gli autori”. E tra gli autori spicca un altro reggianissimo, in trasferta a Roma: Nicola Lusuardi, story editor, di fatto il supervisore degli sceneggiatori Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo.

Lusuardi è uno che di fiction e di cinema se ne intende. Dal ’90 è sceneggiatore e story editor di numerose fiction Rai (Monaca di Monza, Crimini, Puccini, Eroi per caso), Mediaset (Ultimo, Renzo e Lucia, Segreto di Thomas, Tre rose di Eva) e Sky. Tra i suoi lavori migliori dalla versione italiana dello splendido “In treatment”; per il cinema ha scritto “Come il vento” di Marco Simon Puccioni. E’ anche docente al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, il Torino Film Lab, la Scuola Holden e Serial Eyes, programma europeo per la formazione di showrunner. Nel 2010 ha pubblicato “La Rivoluzione Seriale”.

Ma il politico e il narratore reggiani viaggiano su due binari totalmente divergenti.

Il primo chiede storia, fatti, chiariscuri, assoluzioni e riabilitazioni, condanne sulla base di prove. Non gli piace questo “romanzo criminal-politico” con personaggi un po’ stereotipati: non gli piacciono la bellona generosa (Miriam Leone) che per far carriera si concede; non gli piace il bullo celodurista che fa la scalata alla Lega Nord e nemmeno il cinico funzionario Mediaset (Stefano Accorsi) che poi diventa consigliere dalemiano. Salva, ma nemmeno tanto, la giornalista disposta a tutto per uno scoop su “Mani Pulite” e l’aiutante di Di Pietro, ammalato di Aids per una trasfusione di sangue infetto.

Il secondo, che ovviamente non è un editor di primo pelo, ha puntato su una storia corale senza un eroe. La fiction di fatto è un “noir” dove la vittima è la Prima Repubblica, il delitto è noto sin dal titolo e anche gli assassini. La storia ci racconta le loro (abbastanza meschine) motivazioni e li segue nei loro spostamenti tra la “Milano da bere” e la Capitale, non meno gaudente. Certamente personaggi così nella realtà ci sono stati, e forse anche più “bidimensionali”.  Tangentopoli nell’immaginario collettivo di molti – anche di chi all’epoca era adulto e informato –  è anche Mario Chiesa che butta i soldi della corruzione nel wc; le monetine contro Craxi e il “buen retiro” ad Hammamet; Paolo Brosio davanti al Palazzo di Giustizia di Milano tiranneggiato da Emilio Fede; la bavetta bianca all’angolo della bocca del segretario democristiano Arnaldo Forlani davanti ai giudici;  i titoli al portatore delle tangenti rinvenuti nel pouf a casa della signora Pierr Di Maria, consorte di Duilio Poggiolini (legato proprio allo scandalo degli emoderivati infetti); gli indagati che si suicidano, e i magistrati del Pool; i Finanzieri che stipavano la Procura di Milano con centinaia di scatoloni di documenti; il “Compagno G” che non parla, il Cavaliere che scende in campo, Bossi che ruggisce da Pontida… Insomma, anche la Storia si nutre di ricordi stereotipati, parole chiave (concussi, dazioni di denaro, gip, tangentopoli, pool: tutti termini ricorrenti sui giornali dell’epoca) e immagini simbolo. Fotografie a cui la memoria si aggancia per rievocare un’epoca di eventi sismici di portata nazionale.

Gli sceneggiatori e il loro coordinatore Lusardi ben sanno come funziona la memoria; ben sanno di cosa vanno ghiotti i telespettatori più acuti e cinici nonché, in generale, il pubblico televisivo. E allora ci offrono un bel piatto di sushi come quello che possiamo comprare con “menu all inclusive” nei ristoranti cinesi convertiti in giapponesi. Chi vuole il sushi vero, il suo sapore e la vera arte della cucina Jap va da “Nobu” a Milano, oppure s’imbarca per Tokyo. Da politico, giornalista e storico Del Bue pretende questo. Da socialista si sente forse un po’ stanco, dopo oltre vent’anni, di vedere per l’ennesima volta impallinato il partito in cui ha militato da sempre e che tutt’ora lo rappresenta.

E così scrive: “Ho aspettato a commentare il film Sky perché ho voluto vedere tutte le otto puntate. Ho resistito fino alla fine. Non ne potevo più. Da parte mia, che quel periodo di storia ho vissuto in prima fila o quasi, posso solo rimarcare un’assoluta estraneità del racconto con la situazione del tempo”. Poi aggiunge: “Si intrecciano nel film di Sky quattro storie soprattutto, che nulla hanno a che fare con quel che è accaduto”. Dopo aver ripercorso le quattro linee narrative che s’intrecciano nella trama, l’onorevole socialista conclude: “Quando si mischia storia e fantasia si cucina un piatto immangiabile. La storia comprime la fantasia e quest’ultima distorce la storia. Meglio, molto meglio film come il Processo di Norimberga o The Eichmann show, dove i racconti si svolgono sulla base della piena corrispondenza coi verbali. La fantasia meglio lasciarla ai romanzi d’avventura. Non ci saranno le fantastiche acrobazie sessuali di Veronica Castello, ma il rispetto della realtà sì. E non è poco quando si parla di eventi realmente avvenuti”.
Veronica è la carrierista procace. Di donne così forse ce ne sono state, all’epoca di Tangentopoli. Ma anche rispetto a questo personaggio Del Bue si dispiace che fiction e realtà non coincidano: “Francamente una così nel 1993 non l’ho mai incontrata. E aggiungo, sinceramente, anche un purtroppo”.