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Gay pride, la luce dei diritti contro le tenebre del medioevo

Musica, allegria e diritti negati contro cotte, preghiere in latino e turiboli. Ma Reggio ha già deciso con chi stare

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REGGIO EMILIA – Da una parte trecento persone che sfilano pregando in latino, con i sacerdoti con le cotte e parlano di atti contro natura. Dall’altra diecimila persone, fra cui anche molti non omosessuali, che scendono in piazza parlando di amore e di diritti negati, con la musica e l’allegria. L’istantanea fra un mondo che rimanda al medioevo e uno che porta alla modernità, alla laicità e ai diritti civili, non potrebbe essere più brutale.

La cerimonia di riparazione contro il peccato del gay pride, che è arrivata fino alla Ghiara, era talmente reazionaria che non ha trovato nemmeno l’appoggio del vescovo Camisasca che, pure, gode fama di essere un conservatore e che, in una nota mandata ai giornali, ne ha preso le distanze, tenendoci comunque a precisare che l’omosessualità è un disordine.

Bisognerebbe fare notare a quelle trecento persone che sfilavano stamattina che, almeno da parte loro, non si è mai vista una manifestazione del genere di “riparazione” per le violenze consumate dai sacerdoti contro i bambini e le bambine, come è stato ampiamente documentato in tante inchieste e processi in tutto il mondo. Evidentemente chi vive nel medioevo non si preoccupa di cose di cui, in effetti, in secoli di barbarie nessuno si occupava.

Ma oggi, per fortuna, bisogna andare oltre e occuparsi di quelle migliaia di persone che hanno sfilato senza eccessi e con grande dignità e allegria. E anche di tutti i reggiani che erano ai margini della manifestazione e che, di fronte a uno spettacolo così allegro e composto, non hanno potuto fare altro che apprezzare la bontà delle rivendicazioni che venivano portate avanti da chi, in fin dei conti, non chiede altro di ottenere gli stessi diritti dei suoi concittadini.

Non sarà un cammino facile, tuttavia, perché le tenebre del medioevo sono ancora ben presenti nel nostro Paese. Prova ne è stata la faticosa approvazione in Parlamento della legge sulle unioni civili.

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