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Aemilia, Brescia: “Io con le Istituzioni ci lavoravo”

Lo ha detto ieri l'imputato Pasquale Brescia, imprenditore edile e titolare del ristorante Antichi Sapori: "Mi hanno messo un vestito che non e' della mia misura e che non riesco a portare perche' non ho fatto nulla di illecito"

REGGIO EMILIA – “Io con le Istituzioni ci lavoravo: non avevo nulla contro il Prefetto e contro nessuno”. Lo ha detto ieri pomeriggio l’imputato del processo Aemilia, Pasquale Brescia, imprenditore edile e titolare del ristorante Antichi Sapori di Gaida, a proposito della cena che si svolse nel suo locale il 21 marzo 2012. E d’altronde che Brescia fosse abituato a frequentare i salotti reggiani lo si può evincere anche da questo articolo pubblicato da Reggio Sera.

Interrogato ieri nell’udienza che si e’ svolta nel Tribunale di Reggio, Brescia ha ribadito la versione secondo cui l’appuntamento – organizzato a parere degli inquirenti per studiare una strategia di discredito dell’allora prefetto Antonella De Miro – aveva invece lo scopo di evidenziare pubblicamente le difficolta’ economiche di molti imprenditori calabresi e soprattutto la presunta “discriminazione” nei loro confronti. Di questo doveva diventare “l’altoparlante” il politico del Pdl Giuseppe Pagliani.

Brescia, ha spiegato che ospito’ l’iniziativa nel suo locale (peraltro frequentato da diversi esponenti delle forze dell’ordine come l’ex questore di Reggio Gennaro Gallo, l’allora vice-questore Cesare Capocasa, e il poliziotto Domenico Mesiano, autista del questore, gia’ condannato a otto anni e sei mesi al processo Aemilia sui riti alternativi) perche’ anche lui sentiva di essere discriminato. “Sono venuto qui da ragazzino. Tutto quello che ho fatto l’ho fatto grazie alle mie capacita’ e grazie anche a questa citta’ che mi ha offerto tante possibilita’. Ma non meritavo di essere discriminato in quanto sui giornali apparivano notizie sulla ‘ndrangheta e si generalizzava su tutta la comunita’ calabrese senza mai fare un nome o un cognome tranne i vertici che io non ho mai conosciuto e non sapevo neanche chi erano. Perche’ discriminare senza fare nomi e cognomi e poi magari li allontanavano?”.

Continua Brescia: “Mia figlia studia giurisprudenza e vuole fare il giudice: pensate se potrebbe mai esserci un padre mafioso e una figlia giudice: assurdo”. Insomma: “Mi hanno messo un vestito che non e’ della mia misura e che non riesco a portare perche’ non ho fatto nulla di illecito”, afferma l’imputato. In merito all’associazione di imprenditori edili calabresi Aier, di cui ha fatto parte, l’interrogato precisa: “C’erano anche imprese reggiane. Li’ il discorso non era per denunciare le cose contro i calabresi ma per la crisi e l’invenduto che iniziavano a vedersi”.

Brescia ha infine negato di aver avuto rapporti di affari con i boss della ‘ndrangheta coimputati. A proposito di Nicolino Sarcone, considerato uno dei capizona del clan, dice: “Era una semplice conoscenza. Da lui che viene indicato come capo qui a Reggio Emilia non ho comprato neanche un centesimo”. Mentre sul collaboratore di giustizia Giuseppe Giglio afferma: “Non lo conosco assolutamente. Ho conosciuto suo fratello, Giulio, in carcere” (Fonte Dire).