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“Vogliamo un 1° Maggio di riscatto del lavoro offeso dal gioco al ribasso dei diritti”

Il segretario della Cgil, Guido Mora: "Un 1° maggio che riaffermi che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e non sull’arbitrio"

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REGGIO EMILIA – “Alla domanda “che 1° maggio sarà quello di quest’anno?” credo di poter rispondere indicando una contrapposizione di caratteristiche. Credo infatti che la Festa del Lavoro 2017 verterà da un lato, in continuità col passato, sulla condizione lavorativa e la sua svalorizzazione; dall’altro invece, nel segno della discontinuità, sarà forte del tentativo di riportare il lavoro al centro dell’attenzione della politica e della partecipazione democratica. Il prossimo 28 maggio infatti si andrà alle urne sui due referendum proposti dalla Cgil: abolizione dei voucher e regolamentazione degli appalti.

A quasi 10 anni dall’inizio della crisi del 2008 il nostro Paese rimane quello che non ha saputo reagire subendo in toto le politiche di austerità imposte da Bruxelles, a prescindere dal colore dei governi succedutosi nel tempo. In questi anni sono persino riusciti a modificare l’articolo 81 della Costituzione, inserendovi il vincolo del pareggio di bilancio dello Stato in diretto contrasto con i primi articoli della Costituzione stessa.

I dati che abbiamo davanti sono inoppugnabili: un saldo pari ad 1 milione di posti di lavoro cancellati, tassi di disoccupazione giovanile da panico, un debito pubblico che continua a salire nonostante i tagli di bilancio a scuola, sanità, assistenza sociale, enti locali. Una perdita strutturale di 1/4 della produzione industriale, una riduzione drammatica degli investimenti pubblici, ma anche privati, che combinata con un altrettanto drastica svalutazione di potere d’acquisto dei salari e delle pensioni ha inchiodato attorno allo 0% l’incremento del Pil nazionale. Altro che strategia della crescita.

In questo panorama desolante sempre più allarmante è la situazione di un lavoro spogliato dei diritti nei luoghi di lavoro – basti pensare all’operaio in catena di montaggio di una nota multinazionale dell’auto a cui hanno vietato la pausa fisiologica – . Un lavoro sottoposto ad una svalutazione salariale senza precedenti – si pensi in questo caso ai sette anni di blocco dei rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici – con l’effetto di comprimere i consumi, quindi la crescita.

E ancora viviamo un’epoca di crescente precarizzazione dei rapporti di lavoro nonostante le ripetute promesse di cambiamento, non mantenute, dei politici al Governo. Una situazione  che si scarica in primis sui giovani umiliando il lavoratore e mercificando il lavoro. Mercificazione portata all’estremo dall’utilizzo sconsiderato ma legalizzato dei voucher – ben 134 milioni venduti in un solo anno – e da un incremento sensibile dei licenziamenti individuali illegittimi e collettivi, dopo aver smontato la tutela e la deterrenza che risiedeva nell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Sarà quindi un 1° maggio ancora segnato dal dominio culturale e politico delle politiche liberiste che, come in quasi tutto l’Occidente, producono un aumento inedito delle disuguaglianze, della sofferenza sociale, delle povertà, della restrizione degli spazi di partecipazione democratica e portano al prevalere dei populismi capeggiati dalle destre, in assenza di una degna rappresentanza delle sinistre proprio di quella parte di società più in difficoltà.

Ci avevano promesso più lavoro, ma con il taglio drastico dei diritti del singolo lavoratore e sindacali; ci avevano promesso meno precarietà in cambio di un sostegno – mai visto in passato di questa portata – con soldi pubblici alle imprese: 20 miliardi di sgravi contributivi in due anni che hanno drogato il mercato del lavoro. Questi erano i messaggi mediatici del jobs act di Renzi.

Il flop act – come l’esperienza diretta di milioni di persone vittime della ricerca senza esito di un lavoro e autorevoli studi non di parte sindacale suggeriscono di definirlo –  ha contribuito a produrre milioni di persone vittime del costante ricatto umano imposto dalla precarietà. In questo scenario si potrebbe pensare ad un altro Primo Maggio all’insegna dello sconforto.

Invece no. Quest’anno qualcosa di nuovo è germogliato a portare una speranza di cambiamento e discontinuità. In primo luogo l’esito del referendum del 4 dicembre scorso che, con 60 a 40 a favore del NO e con un affluenza al voto eccezionale ed imprevista, oltre ad aver bloccato lo stravolgimento della Costituzione in chiave oligarchica è stato un segno molto confortante per il prossimo futuro.

Un risultato che ci deve sorreggere ora nel lanciarci in una nuova e decisiva sfida sui due Referendum sul lavoro proposti dalla Cgil e già fissati per il 28 maggio. Il prossimo 1° maggio dovrà quindi caratterizzarsi come giorno di lotta: per liberare il lavoro, per “tutta un’altra Italia con i 2 sì” ai quesiti referendari sugli appalti e sui voucher.

Per riappropriarsi, da parte di milioni di italiane ed italiani, di quello strumento di partecipazione e democrazia diretta che è il referendum abrogativo. Per riappropriarsi di una sovranità decisionale su materie così importanti per la vita quotidiana di tante persone.

Infine, noi non siamo abbarbicati allo strumento referendario: se il Parlamento in queste settimane volesse farsi attore di una legge aderente e coerente ai quesiti referendari su cui la Cgil ha raccolto più di un milione di firme, e quindi eliminare i voucher e non semplicemente ridurli nell’uso, e ripristinare la responsabilità solidale del committente negli appalti, noi saremo ben lieti di verificare un così positivo rivolgimento di indirizzi da parte di maggioranze parlamentari e di Governo che solo 2 anni fa avevano approvato con voti di fiducia il jobs act.

Vogliamo un 1° maggio di riscatto del lavoro offeso dal gioco al ribasso dei diritti. Un 1° maggio che riaffermi che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e non sull’arbitrio. Un 1° maggio di festa e di lotta che riconiughi di nuovo lavoro e dignità delle persone”.

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