Aemilia, il superpentito: “Decideva tutto Nicolino”

Angelo Cortese oggi in aula: "Rapine, droga...Qui in Emilia trovai l'America"

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REGGIO EMILIA – “Ho trovato l’America”. Questo si e’ detto Angelo Salvatore Cortese, dal 2008 pentito di ‘ndrangheta e oggi collaboratore di giustizia nel processo Aemilia, quando arrivo’ nel 2004 in Emilia, dopo aver attraversato la stagione delle guerre tra clan che insanguinarono la Calabria, ma non solo, nei primi anni ’90.

Protetto da un paravento Cortese ha deposto oggi nell’aula del tribunale di Reggio Emilia spiegando: “Qui ero come il prezzemolo: rapine, estorsioni, recupero di credito e un traffico di droga nel modenese. Dovevo solo fare soldi anche se dovevo renderne conto a Nicolino Grande Aracri”.

Parlando della famiglia Muto che aveva contattato al suo arrivo, il pentito afferma che si meraviglio’ del loro tenore di vita, molto superiore a quando vivevano a Cutro: “Erano molto ricchi, rimasi sorpreso. Erano dei bancomat. Con il lavoro puoi soppravvivere dignitosamente, ma non puoi fare affari. Quelli sono solo illeciti”.

Cortese ha infine ricostruito la gerarchia del clan in Emilia confermando: “Decideva sempre tutto Nicolino Grande Aracri, non si faceva nulla senza che lui lo volesse”. Tra gli imputati del processo i fratelli Sarcone, Gianluigi e Nicola, “erano affiliati” e avevano il “grado” di “sgarro”, come pure Alfonso Diletto.

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