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Cari imputati, non ci metterete il bavaglio su Aemilia

L'istanza al presidente per lasciare la stampa fuori dall'aula, se accolta, diverrebbe una inaccettabile limitazione della libertà di stampa

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REGGIO EMILIA – Proprio nei giorni in cui arriva nella nostra provincia la Mehari di Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla mafia nel 1985, dall’aula del processo Aemilia giunge la richiesta degli imputati di lasciare fuori la stampa perché i media locali, a detta loro, starebbero imbastendo un “linciaggio mediatico” nei loro confronti distorcendo le notizie.

L’istanza, su cui il presidente del tribunale Caruso si è riservato di decidere, è stata presentata stamattina con un messaggio letto in aula da Sergio Bolognino a nome degli altri imputati. Nel testo si afferma che “ogni articolo pubblicato e’ sempre in chiave accusatoria anche quando esame e contro-esame hanno dato un quadro diverso” e che anche le scolaresche le associazioni che partecipano al processo lo fanno “solo per ascoltare la parte accusatoria e vanno via quando c’e’ il contro-esame”.

Nel mirino anche la pagina di Facebook curata dall’associazione Agende Rosse dove le vicende giudiziarie sarebbero riportate “sempre e comunque in chiave accusatoria”. Inoltre, lamentano gli imputati, “i pentiti che non dovrebbero conoscere leggono su Facebook quello che viene detto. Il processo penale e’ una cosa seria”.

Chiedono addirittura “che il tribunale acquisisca e verifichi gli articoli del giorno dopo il dibattimento. E che prenda dei provvedimenti”. Richiesta grottesca, quest’ultima, dato che, secondo loro, il tribunale dovrebbe esercitare autonomamente un controllo sulla stampa.

Si spera che il presidente del tribunale non accolga questa istanza anche perché questa sarebbe un’inaccettabile limitazione della libertà di stampa. Ma alcune riflessioni su quello che è successo stamattina vanno fatte. Abbiamo dunque degli imputati per mafia, in un processo fra i più importanti di questo tipo mai celebrati nel nord Italia, che chiedono che i giornalisti siano cacciati fuori dall’aula. Ovvero, l’opinione pubblica non deve sapere cosa accade in quel processo. Di più, anche le scolaresche sono scomode. Cosa ci fanno tutti questi studenti in aula invece che studiare? Questo sembrano chiedersi gli imputati.

E ancora. Perché quelli di Agende rosse (che fanno un lavoro prezioso di documentazione del processo sula loro pagina Facebook, ndr) si occupano delle nostre vicende? Non hanno di meglio da fare? Sarebbe veramente grave se la stampa (e magari, chissà, anche il pubblico visto che dà fastidio) non potesse rendere conto ai cittadini di quello che succede nel processo Aemilia. Sì, perché la nostra città ha lottato duramente perché questo processo restasse a Reggio e perché è giusto che proprio qui, dove sono avvenuti certi fatti, si scriva, si dia conto e si possa assistere al processo.

Ruolo della stampa è anche quello di raccontare ai cittadini quello che accade nelle aule di questo Paese e questo, giova ricordarlo, anche a tutela degli imputati. Solo in casi molto particolari i processi si celebrano a porte chiuse. Ma se c’è un processo che proprio si deve celebrare a porte aperte è quello di Aemilia, perché quello che è successo in questa provincia, negli ultimi decenni, riguarda noi tutti. E’ chiaro che gli imputati vorrebbero che non si parlasse di loro e che i riflettori si spegnessero su quello che accade in aula. Ma la verità emergerà solo dal lavoro paziente e certosino di accusa e difesa di cui la stampa è tenuta a rendere conto.

Se gli imputati ritengono che gli articoli che noi scriviamo siano sempre in chiave accusatoria e ci siano delle inesattezze, hanno come strumento i loro avvocati che ci possono scrivere e chiedere di rettificare o precisare notizie inesatte o incomplete. Lo fanno e noi, come nostro dovere, abbiamo sempre pubblicato quello che ci mandavano. Ma non possono chiederci di non dare notizie del processo. Noi, proprio perché il processo è una cosa seria, non ci faremo mettere il bavaglio da loro. Si mettano il cuore in pace.

 

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