Affondo Pd su Manodori: “Non ricapitalizzi Unicredit”

Il responsabile economico Pecorari: "Non ha neanche i soldi per farlo"

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REGGIO EMILIA – Pd all’attacco della fondazione Manodori affinche’ non sottoscriva l’aumento di capitale deliberato da Unicredit, di cui e’ un rilevante azionista. L’affondo arriva su Facebook da Giacomo Bertani Pecorari, responsabile provinciale Economia del Pd reggiano, che riprende – come lui stesso sottolinea – un tema piu’ volte dibattuto negli anni scorsi.

Quello cioe’ dell’eccessiva esposizione del patrimonio della Fondazione sul titolo dell”istituto di credito. “Questa esposizione – che e’ un dato ormai storico – e’ stata la causa di gravi problemi come la drastica riduzione della redditivita’ e la decimazione del valore patrimoniale della Fondazione”, evidenzia Bertani Pecorari.

“A causa di questa scelta patrimoniale sbagliata, di cui peraltro nessuno ha mai pubblicamente risposto negli anni, oggi la Fondazione e’ l’ombra pallida di quello che era i primi anni del 2000. E non tornera’ piu’ cio’ che era: quel valore patrimoniale ormai e’ irreversibilmente dissipato”. Secondo l’esponente del Pd, inoltre, “la decisione rispetto all’aumento di capitale e’ in parte scritta nei bilanci stessi della Fondazione stessa: non ci sono i milioni necessari per sottoscriverla integralmente. Quello che si sta valutando e’ se procedere ad una sottoscrizione parziale, finanziandola con la cessione sul mercato dei diritti sulla restante parte dell’aumento di capitale. In sostanza si vende la possibilita’ di acquistare una parte delle azioni ad un prezzo agevolato e con quei proventi si acquistano le restanti azioni. La conseguenza di questa opzione e’ il mantenimento di una forte esposizione sul titolo Unicredit. Che a mio avviso resta una scelta sbagliata, per almeno due ordini di ragioni”.

Bertani Pecorari innanzitutto solleva la questione di “quale tipo di politica patrimoniale debba tenere la Fondazione della citta’ che, giova ricordarlo, non e’ un fondo speculativo. Non deve essere seguita una politica aggressiva, con una eccessiva assunzione di rischio, sbilanciando il patrimonio e inseguendo operazioni speculative. Quanto piuttosto una politica di prudente diversificazione e di redditivita’ sostenibile, che se fosse stata operata in passato non avrebbe portato all’impoverimento patrimoniale odierno”.

In quest’ottica, dunque, “la vendita dei diritti sulla ricapitalizzazione e’ un’opportunita’ da reinvestire sulla diversificazione”. La seconda ragione, sostiene, “e’ il bisogno vitale che la Fondazione ha di recuperare redditivita’, per adempiere alla sua mission fondamentale ovvero l’erogazione di fondi per la comunita’”. A questo proposito si ricorda “che gli attuali vertici della Fondazione ripetono da anni di ”condividere le necessita’ di procedere ad una diversificazione” ma aggiungono che ”le condizioni di mercato non lo consentono” e che quindi occorre ”attendere””.

Parole che, chiude il dem, “suonano poco credibili perche’ non seguite da comportamenti coerenti, dato che quando il valore del titolo Unicredit era quasi tre volte superiore a quello attuale (nel 2015) non si e’ proceduto alla vendita, nonostante per altro la deliberazione in questo senso degli organi direttivi”. Nel 2016 intanto l’ente di piazza del Monte ha optato per un deciso cambio di strategia nelle erogazioni sul territorio: non piu’ una distribuzione a pioggia dei contributi ma un bando per sostenere per tre anni con un milione di euro progetti di “welfare di comunita’”, in grado di reggersi in piedi economicamente da soli al termine del triennio.

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