Mafia, liberato da un giudice e rispedito in cella da un altro

E' la storia dell'autotrasportatore 47enne Alfio Ambrogio Monforte che alcuni giorni fa è stato rimesso in libertà dal Gip Ghini e lunedì è tornato dietro le sbarre con un'ordinanza di un magistrato di Catania

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REGGIO EMILIA – Un giudice lo scarcera e un altro lo rimanda dietro le sbarre. E’ la storia dell’autotrasportatore 47enne Alfio Ambrogio Monforte che pochi giorni fa è stato arrestato dai carabinieri, insieme ad altre sei persone, per estorsione continuata e aggravata dal metodo mafioso, nell’ambito di un’indagine della procura di Catania, ma poi è stato liberato dal Gip reggiano Giovanni Ghini che non ha convalidato il fermo.

Una decisione che non è piaciuta al Gip di Catania che ha emanato un’ordinanza di custodia cautelare che rimandato in carcere Monforte e a cui è stata data esecuzione lunedì scorso. Secondo il giudice siciliano il 47enne, secondo quanto si legge nell’ordinanza, deve stare in carcere, perché è stato condannato per un reato analogo e perché c’è “pericolo di fuga” e quindi il carcere “è una scelta opportuna e obbligata”.

Secondo l’accusa gli arrestati dal 2012 imponevano il pagamento di tangenti a un imprenditore di Biancavilla. Per lo stesso reato è stata inoltre notificata un’ordinanza di custodia cautelare in carcere anche ad altre quattro persone. L’operazione, denominata ‘Onda d’urto, si basa su indagini su presunti appartenenti al clan ‘Mazzaglia-Toscano- Tomasello’, attivo nel comune di Biancavilla e collegato con la ‘famiglia’ catanese ‘Santapaola-Ercolano’.

Agli atti dell’inchiesta della Dda della Procura di Catania sono confluiti gli esiti di intercettazioni ambientali e telefoniche , oltre a riprese video, che avrebbero permesso di ricostruire l’estorsione  e di evidenziare ruoli e dinamiche all’interno del clan.

 

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