Aemilia, il pentito Giglio: “Così facevo i soldi per le cosche”

Il pentito ricostruisce da un carcere segreto la sua ascesa: acquisti in nero e triangolazioni di merci. Il passaggio dagli Arena ai Grande Aracri

REGGIO EMILIA – Nel processo Aemilia parla il grande accusatore della ‘ndrangheta. E’ il pentito Giuseppe Giglio che, in videoconferenza da un “sito riservato”, il carcere segreto in cui l’imprenditore di origini cutresi e’ rinchiuso dopo la condanna a 12 anni e mezzo in abbreviato, ha iniziato oggi la sua deposizione nel tribunale di Reggio. Ma la testimonianza del collaboratore di giustizia, al centro di una lunga serie di operazioni per finanziare il clan Grande Aracri, proseguira’ anche nelle prossime settimane.

Stando ai rumors sarebbero gia’ previste 10 udienze. Giglio, calabrese, ma dal 1996 residente a Gualtieri, e’ stato interrogato dal pm Beatrice Ronchi, spiegando innanzitutto i suoi primi passi in Emilia dove “all’inizio non ero un imprenditore, ma un padroncino di camion”. Alla fine degli anni ’90 pero’ arrivano per lui le fortune con un modello imprenditoriale di sicuro successo, basato sull’acquisto in nero a meta’ prezzo di materiali per l’edilizia rivenduti a prezzo pieno e con fattura sul mercato. Il tutto per raggiungere alti livelli di fatturato con cui presentarsi alle banche per ottenere finanziamenti.

Esaurito lo scopo, le societa’ che venivano create – alcune intestate a prestanome – venivano fatte fallire. Altro sistema per ingrossare la borsa del clan era la triangolazione di merci tra l’Italia e l’estero (in Polonia, Ucraina e perfino Cina) per ricavare profitto giocando sull’Iva. Giglio ha dichiarato in aula di non essere mai stato affiliato a nessuna famiglia di ‘ndrangheta ma in quel momento era “vicino” agli Arena di Isola di Capo Rizzuto, attiva al nord al di la’ del Po, nel mantovano.

“Queste operazioni – spiega il pentito – portavano vantaggi economici ma nominare gli Arena serviva anche ad allontanare le altre famiglie”. Il successo dell’imprenditore, infatti, fa gola a molti. Al punto che Nicolino Sarcone, accampando la scusa che Giglio e’ originario di Cutro (territorio della famiglia Grande Aracri a cui Sarcone stesso e’ legato) gli chiede di lasciare gli Arena e passare con il clan (peraltro a quel tempo rivale) che operava in Emilia.

In questo momento Giglio pero’ rifiuta e interviene anche il capo degli Arena, Pino, che gli propone di fare da padrino alla cresima di suo figlio in modo da diventare suo “compare” restandogli legato. Questi fatti avvengono tra la fine del 2007 e il 2008, quando la provincia di Crotone era insanguinata da una guerra di mafia per il controllo del territorio, che vedeva contrapposte la famiglia Arena e quella Nicoscia, che i Grande Aracri supportavano. Nel 2008 tutte le famiglie, spiega Giglio, siglarono pero’ una “pace” in base alla quale, chi avesse violato la tregua, si sarebbe inimicato tutti gli altri clan. E’ a questo punto, racconta al pm il testimone, che Sarcone torna all’attacco: “Mi disse che il mondo girava e se volevo stare con gli Arena non era una bella cosa, nel senso che poi avrei avuto bisogno di lui”.

Nel 2009, anche in seguito ad alcuni arresti che colpiscono gli Arena, Giglio decide infine di dare “un taglio netto” ai rapporti con loro e si mette stabilmente al servizio del clan emiliano dei Grande Aracri. Di quest’ultimo Giglio ricostruisce anche le gerarchie: Nicolino Sarcone e Antonio Valerio hanno lo stesso grado. Alfonso Diletto e’ superiore a Sarcone e Valerio. Gaetano Blasco e’ sotto di loro. Francesco Lamanna e’ il braccio destro di Nicolino Grande Aracri, forza di fuoco, braccio operativo Sarcone e Diletto gestiscono gli affari”.

Interrogato su alcuni contrasti emersi tra i membri della cosca, Giglio tentenna: “Ne posso parlare? So che di alcune cose non ne posso parlare”. Ronchi lo soccorre: “Perche’ c’e’ il segreto istruttorio”. Interviene il presidente della corte Francesco Caruso: “Giglio lei deve parlare di tutto. Segreti in dibattimento non ce ne sono”. Poi alla Pm: “Lei faccia le domande che vuole fare ma la risposta deve essere completa”. Piu’ volte il collegamento con il teste salta e l’udienza viene sospesa. Dopo l’ultima interruzione, a ora di pranzo, Caruso sbotta: “Non e’ possibile. Si trovi un’altra saletta la prossima volta”.