La nipote di Prodi respinta dal Marocco

Il consigliere regionale del Pd, Silvia Prodi, era con Caterina Lusuardi, presidente di Jaima Sahrawi e Fabiana Bruschi, membro dell'associazione. Il loro racconto: "La situazione deve essere molto tesa"

REGGIO EMILIA – Una delegazione di Jaima Sahrawi con la presidente Caterina Lusuardi, Fabiana Bruschi, membro dell’associazione e la consigliera regionale del Pd, Silvia Prodi (che tuttavia non era lì in veste ufficiale, ndr), nipote dell’ex presidente del Consiglio e presidente Ue, Romano Prodi, diretta nel Sahara occidentale, è stata fermata dalla polizia del Marocco ed è stata respinta insieme al suo gruppo.

La notizia è stata confermata dal Pd di Reggio Emilia. Al gruppo, che voleva fare visita ai territori occupati dal Marocco e rivendicati dal fronte Polisario, sono stati ritirati i passaporti e nessuno è stato fatto uscire dall’aeroporto di Layoun, nel Sahara occidentale dove il gruppo è arrivato ieri sera alle otto. Sono stati rispediti senza spiegazioni in Italia. Pare che non sia la prima volta che una delegazione che tenta di raggiungere i territori occupati viene fermata in aeroporto e rimandata a casa.

La delegazione è volata fino a Casablanca dove ha passato la notte in aeroporto senza passaporti, ricevendo la visita del nostro console e ambasciatore, in attesa del volo per l’Italia. Stanno tutti bene e sono atterrati a Bologna poco dopo mezzogiorno.

Scopo del viaggio era incontrare alcune persone del popolo Sahrawi in contatto con l’associazione, per ricevere informazioni sulle loro condizioni di vita. La visita era stata comunicata all’ambasciata italiana in Marocco e le tre si erano registrate al sito dedicato della Farnesina.

“Evidentemente c’è una situazione molto critica”
“Si tratta di un episodio difficile da decifrare – dichiarano – Siamo perfettamente coscienti che i destini del popolo Sahrawi sono un tema sensibile, ma il nostro era un viaggio puramente conoscitivo. Si deduce che la situazione nei territori occupati sia veramente molto critica e che questo possa essere un modo per disincentivare qualsiasi tentativo europeo di approfondire da vicino la questione. Speriamo che l’episodio paradossalmente accenda l’attenzione su questo popolo troppo a lungo dimenticato”.

Il racconto di Prodi, Lusuardi e Bruschi
“Abbiamo viaggiato con un volo di linea Bologna-Casablanca e Casablanca-Layoun. Atterrate a Layoun, non ci è stato permesso di sbarcare. Sull’aereo sono saliti 5 o 6 funzionari di polizia, sia in divisa sia in borghese, che ci hanno comunicato che saremmo state rimandate a Casablanca. Alla nostra richiesta di spiegazioni, è stato risposto che si trattava di ordini superiori ma che non c’era alcun documento scritto ad autorizzarlo.

La consigliera regionale Silvia Prodi

La consigliera regionale Silvia Prodi

Siamo quindi rimaste in attesa sull’aereo, che poi è ripartito alla volta di Casablanca. Là, alle 21 circa, siamo state condotte nella zona di transito da un funzionario di polizia in borghese, che ci ha sequestrato i passaporti senza fornire alcuna spiegazione, ventilando l’ipotesi di un nostro rimpatrio. Siamo state lasciate in un corridoio dell’area transito senza alcuna informazione per diverse ore.

Tramite il senatore PD Stefano Vaccari, presidente dell’intergruppo parlamentare di solidarietà con il popolo Saharawi, abbiamo contattato il console generale d’Italia a Casablanca, Alessandro Ferranti, che verso l’1 è arrivato di persona per verificare la situazione. Grazie al suo interessamento, siamo state informate del fatto che la mattina seguente ci avrebbero rimpatriate con il primo volo per Bologna. Abbiamo trascorso la notte sulle panchine del corridoio, finché verso le 8 siamo state imbarcate, ancora senza passaporto, verso l’Italia. Al gate di imbarco abbiamo incontrato l’ambasciatore italiano in Marocco, Roberto Natali, che ha voluto essere informato personalmente dell’accaduto e che si è impegnato a contattare le autorità per ricevere informazioni sulla vicenda e soprattutto una documentazione scritta.

Questa mattina alle 8.10 siamo partite, ancora senza passaporti, alla volta di Bologna, dove una volta atterrate, abbiamo atteso la polizia italiana che ha preso in consegna i documenti e, constatato come tutto fosse in regola, ce li ha prontamente restituiti”.

La storia
Il Marocco controlla la maggior parte del Sahara occidentale dal 1975 e rivendica la sovranità sul tratto dei territori desertici meridionali, ricchi di fosfati e di potenziali giacimenti di idrocarburi. L’annessione del Sahara occidentale al Marocco ha provocato una ribellione da parte dell’organizzazione separatista Fronte Polisario, a sua volta appoggiato dalla vicina Algeria, per cui l’area rappresenta un importante sbocco sull’Oceano Atlantico.

Le Nazioni Unite hanno negoziato un cessate il fuoco nel 1991, ma i colloqui non sono riusciti a trovare una soluzione stabile a una delle più lunghe contese territoriali del continente africano. Da una parte, infatti, il Marocco si dice favorevole a concedere l’autonomia ai territori contesi; dall’altra, il Fronte Polisario chiede che i sahrawi decidano autonomamente del proprio futuro attraverso un referendum che includa l’opzione dell’indipendenza.

Una cartina che mostra i territori occupati dal Marocco, il muro e il territorio occupato dal fronte Polisario

Una cartina che mostra i territori occupati dal Marocco, il muro e il territorio occupato dal fronte Polisario

Il risultato è un popolo senza terra, uno Stato senza nazione. E un muro, lungo 2.700 chilometri di pietre e sabbia, che divide un territorio (il Sahara Occidentale) dal suo popolo (i saharawi). L’hanno costruito negli anni Ottanta, per impedire gli attacchi dei miliziani saharawi e il ritorno dei profughi nella terra d’origine.

Oggi il popolo saharawi vive in gran parte in esilio, così come il suo governo: duecentomila persone ammassate nei campi profughi nei pressi di Tindouf, in Algeria. Senza acqua, cibo, strutture educative e sanitarie adeguate con una dipendenza totale dagli aiuti umanitari. E un futuro molto incerto.