Reportage a Cutro: “Il nostro crocifisso non si inchina alla ‘ndrangheta”

Viaggio a Cutro durante la festa del Santissimo crocifisso che tanti imbarazzi ha portato ai nostri politici

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CUTRO (Crotone) – “Qui la ‘ndrangheta non entra. I Comuni calabresi ripudiano la mafia in ogni sua forma”. La scritta sta, in bella evidenza, di fianco all’ingresso del municipio. Non sapevo che ci fosse, non ero mai stato a Cutro. Proprio perche non ci ero mai stato, mi è venuto in mente di andarci, sull’onda dell’interesse suscitato dalle inchieste e dai processi in corso in Emilia. Proprio quando, in seguito a queste inchieste e a questi processi, sindaci e politici reggiani se ne tengono prudentemente alla larga. Proprio in occasione di quella festa del Santissimo Crocifisso alla quale sindaci e politici reggiani un tempo invece partecipavano volentieri: per rispetto istituzionale verso una cittadina dalla quale provengono migliaia di immigrati a Reggio Emilia, o più prosaicamente per strizzare l’occhio al consistente bacino di voti costituito dai medesimi immigrati.

Dunque, decido di andare. Non con la presunzione di scoprire l’acqua calda, cioè che a Cutro esiste la ‘ndrangheta e che da Cutro la ‘ndrangheta è arrivata a Reggio Emilia. Questo, ormai, lo sanno tutti: semmai, sarebbe stato opportuno capirlo prima e adottare prima le necessarie contromisure. Piuttosto, a me interessava capire come queste vicende vengono percepite a Cutro e se laggiù, oltre alla ‘ndrangheta ci sono iniziative, gruppi, singole persone che si danno da fare pèr contrastarla. Per preparare  il viaggio, telefono ad alcuni amici cutresi che già conoscevo. Approfitto dunque di questo diario di viaggio per ringraziare in particolar le mie “guide”:  Domenico Scalfone, ex custode della biblioteca Panizzi di Reggio, nonché attivista della Filef (Federazione lavoratori emigrati e famiglie); Antonio Migale, commerciante di mobili, che è stato diversi anni  a Cadelbosco, poi  qualche tempo fa è ritornato a vivere a Cutro, ove è anche dirigente della Confartigianato; Ippolito Chiellino, piccolo produttore caseario, vicepresidente del Consorzio pecorino crotonese, appassionato cultore di storia locale.

Le disastrate ferrovie calabresi
Come mezzo di trasporto scelgo il treno e questo mi consentirà di toccare con mano, in un susseguirsi di ritardi e coincidenze perdute, la disastrata situazione delle ferrovie calabresi. Comunque a Cutro ci arrivo, grazie anche alla cortesia degli amici che vengono in auto a prelevarmi nella stazione di Lamezia Terme, ove mi era regolarmente saltata la coincidenza successiva. E mi accompagnano all’ostello Bella Calabria, in frazione San Leonardo, nel quale alloggerò per alcune notti. Qui c’è già una prima storia che merita di essere conosciuta e che, infatti, racconto a parte in queste stesse pagine.  Il giorno dopo comincia il programma di incontri che le mie guide hanno organizzato. Innanzitutto, c’è un “percorso turistico culturale” alla scoperta delle chiese e del centro storico di Cutro, piccola e piacevole proposta messa in piedi dalla Pro Loco appositamente per questa edizione della festa patronale. A guidarlo è Alessandra D’Amico, una signora di origini abruzzesi che, dopo aver lavorato anche a Reggio Emilia, è approdata nove anni fa a Cutro, della cui storia culturale e artistica si è innamorata.

La scritta: “In questo municipio la ‘ndrangheta non è mai entrata”
Durante questo percorso vedo il divieto di ingresso alla ‘ndrangheta che campeggia sul municipio. Antonio Lorenzano, che era assessore nella amministrazione comunale uscente e adesso è uno dei cinque candidati sindaco in lizza alle nuove elezioni, mi spiega che quel divieto non è una trovata dell’ultima ora. “In questo municipio – spiega – la mafia non è mai entrata”. C’è da dire che l’amministrazione capeggiata da Salvatore Migale, più volte sindaco e proveniente dalla storia del Pci, è andata a casa per dissidi nella (ex) maggioranza di centro-sinistra, dimissioni di parecchi consiglieri, dissesto di bilancio. “Ma nessuna accusa di infiltrazioni mafiose – insiste Lorenzano – Al contrario, forse abbiamo pagato proprio l’intransigenza con la quale abbiamo chiuso la porta a certi ambienti e certi interessi”. Lorenzano, che sta in ciò che resta dell’Idv  (il partito che fu di Antonio Di Pietro), guida una lista civica nella quale figurano anche altri ex assessori della vecchia giunta. Dalla quale ha invece preso decisamente le distanza il Pd, che presenta una propria lista e candida a sindaco Domenico Colosimo. Pesa molto la rottura che si è consumata nella (ex) coalizione, però anche Colosimo riconosce: “All’ex sindaco Migale si possono fare molte critiche, ma non c’è dubbio che sia stato un baluardo contro la ‘ndrangheta”.

Il lavoro delle associazioni
Ci sono molte cose da raccontare. Ad esempio lo sforzo che alcune associazioni di volontariato stanno facendo per mettersi in rete e promuovere insieme iniziative culturali, sociali, ricreative, turistiche.  “Magari per voi che vivete in Emilia non sarà una gran novità –  mi dicono Salvatore, presidente della Pro Loco, Pino, ex emigrato in Germania e vicepresidente della Associazione Amici del Tedesco, Rosanna e Beatrice, del comitato donne – ma qui in Calabria è difficile, c’è molto individualismo, poca abitudine alla condivisione delle idee e delle attività”. Il comitato donne è riuscito a ottenere che si avviasse la mensa nella scuola dell’obbligo e si sta molto impegnando in un progetto di sostegno ai ragazzi autistici. “Ce n’è un gran bisogno – spiega Rosanna – perché la scuola non ha le risorse per pagare gli educatori.  Allora, alcune nostre volontarie hanno frequentato corsi di formazione, hanno conseguito l’abilitazione e seguono questi ragazzi”.  Il progetto ha un  nome luminoso, che dà speranza:  si chiama Sole (l’acronimo sta per Sostegno obiettivo linguistico educativo).

In paese si sparge la voce che c’è un giornalista reggiano e le conversazioni si moltiplicano. Si presenta Giuseppe Condello, storico e scrittore, tra l’altro di un libro sul crocifisso di Cutro e su chi lo ha realizzato, il frate francescano Umile da Petralia. Faccio conoscenza con Antonio Bevilacqua, che ha lavorato come attore in televisione (Canale 5), nel cinema (con  i registi Pupi Avati, Mimmo Calopresti, Pasquale Scimeca) e scrive poesie. Parlo con Luigi Chiellino, che è stato sindaco e dirigente regionale del Pci. Visito l’azienda di Antonio Giglio Verga, che produce ottimi vini tipici di quel territorio. Incontro diversi cutresi-reggiani, venuti in paese apposta per la festa patronale, come tanti altri emigrati nel nord Italia e all’estero. In giro c’è anche qualche indagato (a piede libero) dell’inchiesta Aemilia. Gli amici mi indicano alcuni familiari di altri indagati (in carcere) dal cognome pesante. “Ma essere parenti – mi precisano – non significa automaticamente  avere compiuto le stesse scelte”.

“I clan hanno spostato il loro interessi altrove”
E qui arriviamo al discorso più delicato. Cosa pensano i cutresi per bene di quello che è successo a Reggio e in Emilia?  In sintesi, si può dire che tutti – proprio tutti – sono parecchio amareggiati perché si sentono accomunati ai delinquenti, in uno stesso fascio di diffidenze e di sospetti. Qui ha molto indispettiti il fuggi fuggi di politici e sindaci reggiani, che hanno rifiutato l’invito a partecipare alla festa patronale, tra l’altro inoltrato dal commissario prefettizio, che ha un ruolo di garante istituzionale.  Se questo risentimento è assolutamente unanime, le posizioni diventano invece più articolate quando si entra nel merito della questione mafia. A Cutro dicono che per loro il problema si sente meno che nel passato, anche perché i clan hanno spostato interessi e attività in territori assai più ricchi e in affari assai più redditizi, a livello nazionale e internazionale.

Per quanto riguarda le vicende reggiane, c’è chi ne avverte e ne denuncia la gravità, convenendo sulla necessità di una battaglia comune e senza quartiere contro la criminalità mafiosa. Ma c’è anche chi indulge a una visione riduttiva: sì, i delinquenti ci sono, ma in fondo sono pochi; sì, in Emilia qualcosa è accaduto, ma ci sono state esagerazioni, strumentalizzazioni per emarginare i cutresi. Non manca l’eco di tesi complottiste che si ascoltano anche a Reggio – e che di sicuro fanno comodo a chi vorrebbe alzare polveroni per nascondere  i propri misfatti – secondo le quali si tratterebbe in realtà di una manovra delle aziende cooperative per sbarazzarsi, in tempi di crisi economica, degli imprenditori edili che fanno concorrenza. Quando replichi che le cooperative sono pure loro in forte crisi e qualcuna è andata gambe all’aria, chi ha solo orecchiato le teorie complottiste ti guarda un po’ stupito e non insiste granchè.  Ritorna l’unanimità, o quasi, quando si ragiona su come contrastare le mafie: la repressione non basta, non bastano nemmeno le manifestazioni e i convegni. Servono cultura, lavoro, solidarietà, sviluppo sociale ed economico del territorio. A partire anche dalle piccole cose – a volte nemmeno poi tanto piccole – che singole persone, comitati, associazioni stanno cercando di fare a Cutro e dintorni. Da lì bisogna ripartire, ricucire, costruire.

“Il crocifisso di Cutro non si inchina”
Infine, mi rimane da riferire della “famigerata” processione del santissimo crocifisso, che adesso proietta ombre e code polemici sugli amministratori reggiani che vi hanno partecipato sette anni fa. L’ultimo giorno della mia permanenza mi sono mescolato anche io. C’era praticamente tutto il paese, senza troppe distinzioni tra credenti e non credenti, perché, oltre all’aspetto strettamente religioso, c’è quello della festa, della condivisione, del ritrovo tra residenti ed emigrati.  Io non sono un cultore di   processioni – che per altro ci sono anche dalle nostre parti – né di santi, madonne ed eventi miracolosi.  Nemmeno posso escludere –  anzi, presumibilmente sarà vero il contrario – che in mezzo a quelle migliaia di persone ce ne fossero anche di pessime.  Però, francamente, da questo a ritenere che in processione ci  si contamini per forza con la mafia, insomma ce ne passa. Alludendo a episodi accaduti in altri paesi meridionali, davanti alle case dei boss, un amico mi ha buttato lì una battuta: “Il crocifisso di Cutro non si inchina”. Potrebbe essere un bel titolo per le mie note di viaggio, o almeno un auspicio. Ora, però, occhi aperti e tolleranza zero – a Cutro, a Reggio Emilia e dappertutto – per i personaggi in carne ed ossa che l’inchino alle mafie invece lo fanno.

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