Processo Aemilia, Iaquinta: “Armato perché correvo rischi”

Il presidente Caruso ribatte: "Allora dovrebbero averle tutti i calciatori..."

REGGIO EMILIA – “Sono un calciatore professionista, mi reco in varie citta’ per le partite e rientro in tarda serata. Sono esposto a rischi e piu’ volte sottoposto a minacce da parte di fanatici e malintenzionati”.

Cosi’ Vincenzo Iaquinta, imputato per detenzione abusiva di armi nel processo Aemilia contro la ‘ndrangheta in corso a Reggio Emilia, si e’ difeso oggi nell’aula spiegando il possesso delle due pistole a lui intestate ritrovate nell’abitazione del padre Giuseppe, anche lui coinvolto nell’inchiesta con l’accusa di associazione mafiosa.

Vincenzo Iaquinta ottiene il porto d’armi nel 2005 e lo rinnova per sette anni fino al 2012, ma a suo padre era stato fatto divieto di detenere armi nella propria abitazione. Ecco perche’ anche il figlio, che avrebbe dovuto denunciare lo spostamento delle pistole, e’ finito tra gli imputati.

La motivazione dell’ex calciatore non ha convinto il presidente del collegio giudicante, Francesco Maria Caruso, che ha ribattuto: “Allora i calciatori dovrebbero essere tutti armati, stando a quanto dichiarato da Vincenzo Iaquinta” (Fonte Dire).