“Mafie, mai combattute con la stessa forza del terrorismo”

Antonio Giglio Verga conduce insieme alla moglie Patrizia l’azienda agricola Termine Grosso a Cutro: "

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REGGIO EMILIA – “Ma secondo lei, se lo Stato avesse voluto combatterle veramente e compattamente, le mafie non sarebbero state eliminate, o almeno fortemente ridimensionate? Quando si è deciso di farlo con il terrorismo di matrice politica, quel terrorismo è stato sconfitto. La verità è che, contro le mafie, problema antico soprattutto in queste terre, non c’è mai stata una volontà reale e coerente di farla finita. Al contrario, tra pezzi di Stato e mafie, tra politica e mafie, ci sono stati e ci sono spesso intrecci, connivenze, interessi reciproci”.

Erede di una antica famiglia di proprietari terrieri, il cui ramo materno, di origine greco-albanese, si insediò nel crotonese diversi secoli fa, Antonio Giglio Verga conduce insieme alla moglie Patrizia l’azienda agricola Termine Grosso, che prende il nome da una contrada a cavallo tra i comuni di Cutro e Roccabernarda.  In tempi recenti l’azienda, vocata alla cerealicultura e alla zootecnia, ha assorbito anche la specialità del ramo familiare paterno: la produzione di vino. Una tradizione anche quest’ultima, avviata dal nonno Antonio Giglio su terreni di proprietà nella zona di Cirò, poi proseguita dal padre Fabrizio, che fu cofondatore e presidente della Cantina sociale cooperativa di Torre Melissa.

Nel 1998 Antonio Giglio Verga decise dunque di impiantare nuovi vigneti nella azienda agricola, e, dieci anni dopo, inaugurò la cantina.  Inevitabile domandargli, a proposito di mafie, se lui personalmente abbia avuto problemi riconducibili alla criminalità organizzata. “In passato qualche problema lo abbiamo avuto  – racconta –  Un paio di episodi, furti di bestiame, apparentemente semplici furti, diciamo così. Ma mi è sempre rimasto il dubbio che fossero qualcosa di più: avvertimenti, intimidazioni…  In seguito e anche adesso non ci sono stati ulteriori sviluppi o segnali in quel senso.  Comunque, più in generale, ripeto che per sconfiggere le mafie è indispensabile l’impegno completo dello Stato, a tutti i livelli e su tutti i fronti”.

Allo Stato, o quanto meno alle autorità che regolano il settore, Antonio Giglio Verga avrebbe anche qualcosa da dire sulle penalizzazioni che hanno i piccoli produttori biologici come lui: “La normativa vigente impone una soglia massima per l’uso dei solfiti nel vino. Impedisce, però, a chi come noi resta assai al di sotto di quella soglia di specificarlo e pubblicizzarlo nelle etichette. In questo modo, vengono favorite le grandi produzioni industriali, che fanno uso maggiore di questi conservanti”.

Attualmente, nella azienda agricola lavorano una quindicina di persone fisse, alle quali si aggiungono rinforzi temporanei nei periodi di vendemmia. I vigneti occupano una decina di ettari, a denominazione Igp Calabria (indicazione geografica protetta). Per l’80% si tratta di vitigni autoctoni, per il 20% vitigni internazionali. “La coltivazione è interamente biologica – insiste Antonio, accompagnandoci in visita alla cantina  – puntiamo sulla qualità attraverso l’elevata densità di impianto, i tempi e le modalità di raccolta delle uve, le tecniche di vinificazione”. Il risultato sta in nove diverse etichette, soprattutto rosati e rossi, tra i quali spicca il “Don Fabrizio”, in omaggio al papà che fu pioniere della cooperazione. Ma c’è anche un bianco “Donna Giovanna”,  in omaggio alla madre.

“In tutto circa cinquantamila bottiglie l’anno – aggiunge Antonio – che distribuiamo in Calabria, in alcune parti del Lazio e della Lombardia, un po’ anche in Germania. La nostra produzione può arrivare fino a centomila bottiglie, non oltre, proprio perché intendiamo privilegiare la qualità del prodotto”.

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