Quantcast

Mafie, ecco come Brescello è finita nelle spire della ‘ndrangheta

Ci sono accuse pesantissime contro la classe politica di Brescello nelle due relazioni del ministro dell'Interno, Angelino Alfano e del prefetto di Reggio Emilia, Raffaele Ruberto

BRESCELLO (Reggio Emilia) – Ci sono accuse pesantissime contro la classe politica di Brescello nelle due relazioni del ministro dell’Interno, Angelino Alfano e del prefetto di Reggio Emilia, Raffaele Ruberto, pubblicate sul sito della Gazzetta ufficiale che illustrano le ragioni dello scioglimento del Comune per mafia (primo caso in Emilia-Romagna).

“Anche chi denunciava era in amicizia”
Come accertato dalla commissione di indagine prefettizia che per sei mesi ha passato al setaccio gli uffici dell’ente, non solo gli amministratori erano piegati ai voleri della ‘ndrangheta, ma anche chi denuncio’ il fenomeno delle infiltrazioni aveva avuto in passato “rapporti amicali e di frequentazione con alcuni soggetti vicini alla cosca”. Nella relazione del ministro, redatta sulla base di quella del Prefetto, Alfano scrive: “L’atteggiamento di acquiescenza degli amministratori comunali che si sono avvicendati alla guida dell’ente, nei confronti della locale famiglia malavitosa si e’ poi trasformato in una condizione di vero e proprio assoggettamento al volere di alcuni affiliati alla cosca, nei cui riguardi l’ente, anche quando avrebbe dovuto, e’ rimasto, negli anni, sostanzialmente inerte”.

Alfano: “Acquiescenza amministratori era divenuta assoggettamento”
Ma non solo: questo atteggiamento di “accondiscendenza” nei confronti della consorteria “ha connotato la conduzione dell’ente nel corso di piu’ consiliature e si e’ andato consolidando negli anni anche grazie alla sostanziale continuita’ gestionale derivante dalla costante presenza di alcuni amministratori, che si e’ tradotta in una continuita’ politico-amministrativa e di intenti degli organi elettivi, senza prese di posizione o interventi in discontinuita’ rispetto a fatti che si sono verificati in passato”.

In particolare, aggiunge a riguardo il Prefetto “uno degli elementi determinanti e’ dato dalla sostanziale continuita’ politico-famigliare che ha visto governare ininterrottamente il Comune di Brescello negli ultimi trent’anni da amministrazioni guidate o egemonizzate da esponenti della famiglia- Coffrini, ndr- (per lunghi anni il padre e dal 2009 in poi il figlio, prima assessore e poi sindaco)”.

Inoltre “la capacita’ di penetrazione della consorteria malavitosa nell’ambiente politico locale non badava a distinzioni di partito ma e’ ‘chiaramente connotata da un carattere di trasversalita”. La commissione ha infatti accertato “che anche taluni esponenti dell’attuale opposizione, autori negli ultimi anni di denunce su presunte infiltrazioni mafiose, hanno anch’essi, in passato, avuto rapporti amicali e di frequentazione con alcuni soggetti vicini alla cosca”.

A testimoniare il fatto che “l’atteggiamento di leggerezza nei confronti di soggetti controindicati ha riguardato in modo evidente anche politici dell’opposizione”, e’ per esempio la vicenda di un consigliere in carica nel Consiglio poi sciolto, che nel settembre 2013, in un’iniziativa personale e privata, si rese disponibile a ristrutturare una rotonda ottendendo il contributo di una ditta edile interdetta per mafia. Nello stesso periodo un consigliere di maggioranza e membro della commissione urbanistica era responsabile tecnico proprio di quella ditta”.

Infine la commissione ha focalizzato l’attenzione anche sulle denunce della consigliera comunale di minoranza di Brescello Catia Silva della Lega nord (il nome e’ omesso, ma i riferimenti al suo partito la identificano, ndr), sottolineando che “il suo recente impegno nell’antimafia, pur senza sottacere che anch’essa nel passato ha tenuto rapporti di vicinanza con alcuni esponenti controindicati della comunita’ cutrese, l’ha resa destinataria nel tempo di diversi atti intimidatori, sfociati in denunce agli organi di Polizia”.

“Varianti urbanistiche a rischio di infiltrazione e appalti a ditte poi interdette”
Varianti urbanistiche a rischio di infiltrazioni e appalti a ditte successivamente interdette. Ma anche assegnazioni di immobili demianali senza graduatoria e incarichi in Comune, seppure di breve periodo, a parenti di quella che viene considerata la cosca di Cutro. Tutti interventi contraccambiati da sponsorizzazioni per eventi pubblici da soggetti che la Prefettura ha giudicato “contro indicati”, e responsabili di interfenze nelle campagne elettorali.

Sono alcune delle situazioni inquadrate dal Prefetto di Reggio, Raffaele Ruberto, nella relazione conclusiva sulle indagini della commissione di accesso, che hanno portato allo scioglimento del Comune reggiano. Tra le varianti citate quella di ‘Cutrello’, quartiere di case di proprieta’ di cittadini originari della Calabria, ma soprattutto quella per la realizzazione del supermercato ‘Famila’. Un provvedimento che, scrive la Prefettura, “ha consentito di effettuare una rilevante operazione imprenditoriale, programmata e realizzata da soggetti controindicati, senza che l’amministrazione abbia adeguatamente valutato le possibili ingerenze mafiose, pur a fronte di apposita missiva da parte della presidente della Provincia che per questa pratica, raccomando’ massima cautela nella valutazione dei requisiti soggettivi dei contraenti”.

“C’erano anche incarichi dati dal Comune a parenti della cosca e appartamenti”
Altri elementi di fragilita’ nella conduzione dell’ente “si evincono nelle assunzioni, nel passato, seppur per brevi periodi, di soggetti legati a vario titolo ad esponenti della cosca” da cui si desume “una evidente sottovalutazione della delicatezza degli uffici tecnici, ai quali, in assenza di personale addetto in via continuativa, non e’ stata garantita quella solidita’ necessaria a determinare una adeguata impermeabilita’ alle infiltrazioni mafiose”. A cio’ si aggiungano gli affidamenti, nel settore dei lavori pubblici, a due ditte che, seppur in epoca successiva, “sono state raggiunte da informazione interdittiva antimafia”.

Il cognato di uno dei presunti affiliati alla cosca, occupa poi dal 2008, da solo, un alloggio di 115 metri quadri acquisito dal Comune dal demanio senza aver mai pagato il canone di locazione. Questo perche’ avrebbe realizzato dei lavori di ristrutturazione dell’immobile scomputati dal Comune dal canone di affitto. Dei lavori, che l’inquilino ha dichiarato essere pari 10.000 euro non ci sono pero’ fatture. Un altro immobile demaniale e’ stato invece assegnato ad un secondo soggetto per un canone di 28 euro al mese.

Per quanto riguarda le sponsorizzazioni, infine, il prefetto segnala la manifestazione della ’17esima camminata Peppone e Don Camillo’, patrocinata dal Comune e sostenuta economicamente da un imprenditore edile. Una seconda societa’, riconducibile allo stesso soggetto e che aveva sponsorizzato l’edizione precedente della camminata, ha ricevuto una interdittiva antimafia a marzo 2015.

“Dalla ‘ndrangheta firme pro Coffrini”
Alla manifestazione in sostegno dell’allora sindaco di Brescello Marcello Coffrini, finito nel 2014 nella bufera per le sue dichiarazioni sul boss della ‘ndrangheta Francesco Grande Aracri, “hanno partecipato anche esponenti della locale cosca, che hanno attivamente assicurato il proprio sostegno all’amministratore”. Nell’occasione infatti “e’ stata effettuata una raccolta di firme, molte delle quali appartenenti a soggetti vicini o contigui alla consorteria”.

Lo scrive la Prefettura di Reggio Emilia secondo cui “e’ un dato fattuale che tra i latori della lista delle firme vi fosse anche un soggetto legato da stretti vincoli familiari con il titolare di una ditta che ha operato per il Comune nel settore edile, poi raggiunta da interdittiva prefettizia antimafia”. Si tratta della stessa ditta che aveva sponsorizzato, nel settembre 2013, la realizzazione di una rotonda stradale, con la fornitura di materiale e di parte della manodopera, in base ad una iniziativa, del tutto personale e privata di un candidato sindaco eletto consigliere comunale di minoranza in occasione  delle consultazioni elettorali del 2014.

“In Comune a Brescello tra paura, non so e non dico”
“Ancora oggi, e questo e’ il dato preoccupante, anche i dipendenti comunali che hanno interagito con la commissione o i tecnici interpellati ai quali e’ stato chiesto se in Comune aleggiasse la percezione di un potenziale pericolo, rappresentato dalla mafia o dalla presenza di soggetti incriminati per associazione a delinquere di stampo mafioso, hanno tutti in linea di massima affermato di non aver avvertito l’esigenza di cautelarsi dal fenomeno”.

Si conclude cosi’ la relazione della Prefettura di Reggio Emilia sul Comune di Brescello, il primo in regione sciolto per mafia. “E’ poi ‘emblematico l’atteggiamento del personale del Comune di Brescello, apparso ancorato a quella che sembra essere una  posizione di inconsapevolezza, in taluni casi mista a timore, verso l’argomento criminalita’ organizzata”. Al riguardo, si legge nel documento, “sembra significativo quanto riferito da un dipendente dell’area tecnica del Comune alla commissione che, sull’argomento rispose: ”No comment. Non intendo essere implicato in queste cose. Non intendo dire nulla” (Fonte Dire).