Aemilia, le facce “pulite” della ‘ndrangheta

Ricostruita in aula l'ascesa di Antonio Gualtieri referente per l'Emilia di Nicolino Grande Aracri

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REGGIO EMILIA – Per i suoi affari nel Nord Italia gli affiliati della ‘ndrangheta, seppur autonomi dalla casa madre di Cutro, avevano bisogno di “persone vergini”, cioe’ incensurate. E’ questo uno degli elementi da tenere presenti per comprendere il ruolo di un imputato eccellente del filone reggiano del processo Aemilia, cioe’ Antonio Gualtieri.

Si tratta dell’imprenditore edile, vicepresidente dell’associazione dei costruttori calabresi di Reggio Aier, gia’ condannato nella fase delle udienze preliminari. Gualtieri, definito il referente del sodalizio mafioso per le province di Reggio e Piacenza, si guadagno’ infatti i gradi nell’organizzazione dopo che un altro imputato, Romolo Villirillo, divento’ “non piu’ pulito”.

E’ quanto spiega il carabiniere Camillo Cali’, chiamato di nuovo a deporre come testimone nell’udienza del processo di oggi. Nel 2011 Villirillo fu infatti arrestato per estorsione aggravata con il metodo mafioso nei confronti del commissario della banca di credito cooperativo di Scandale, in provincia di Crotone, a cui si presento’ esplicitamente come mafioso, reclamando la riscossione di alcuni assegni.

Uno di questi, sequestrato poi dalle forze dell’ordine, ha svelato come Villirillo, incaricato della gestione dei flussi finanziari diretti al nord, ne avesse trattenuto una parte. “Era un abile finanziere che sapeva maneggiare il denaro”, spiega in aula Cali’. La “diatriba” fu portata all’attenzione di Nicolino Grande Aracri, che fino a quel momento non si era mai occupato delle questioni settentrionali, delegandole a Francesco La Manna.

Inoltre, dice ancora Cali’, “Villirillo teneva all’oscuro molte operazioni”. L’ammanco di denaro e’ comunque l’occasione d”oro per Gualtieri “che puntava a soppiantare Villirillo qui al nord” e che infatti si propone al boss come “investigatore” del denaro scomparso. Anche Nicolino Grande Aracri non rimane pero’ fermo. Non a caso, secondo quanto ricostruito dai carabinieri di Castelvetro, contro i beni di Villirillo e dei suoi parenti, si verificarono alcuni incendi allo scopo di indurlo a restituire quanto indebitamente percepito.

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