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Imprenditori in paradiso e lavoratori all’inferno

Giovanni Fagioli, presidente della Finaval e della Snatt, il cui nome compare nei Panama papers è lo stesso imprenditore che si oppose duramente alla Cgil nella vertenza che riguardava i facchini della Gfe

REGGIO EMILIA – Giovanni Fagioli, il presidente della Finaval Spa e della Snatt logistica, il cui nome compare fra gli italiani presenti nella lista dei Panama Papers insieme al consigliere della Snatt, Gabriele Benfenati, è lo stesso imprenditore che cinque anni fa si oppose in un confronto durissimo con la Cgil di Reggio Emilia su una vicenda che riguardava i facchini della sua azienda.

Nel 2011 la Snatt tolse un appalto alla cooperativa di facchinaggio Gfe perché quest’ultima aveva deciso, a maggioranza, di applicare il contratto nazionale di lavoro ai propri soci. Una decisione non gradita all’imprenditore che non voleva sobbarcarsi i costi di un contratto regolare. L’azienda creò due cooperative, Locosjob e Emilux, in cui confluirono i lavoratori della Gfe che accettarono di lavorare a paghe ribassate. Gli altri, oltre un centinaio, rimasero fuori in cassaintegrazione e fecero una causa all’azienda.

Ora il suo nome compare dei Panama Papers e siamo convinti che, sicuramente, sarà in buona compagnia, anche nella nostra provincia. In molti hanno fatto notare in questi anni che i paradisi fiscali stanno sottraendo ricchezze sempre maggiori ai Paesi in cui i beni vengono prodotti e questo avviene a danno delle classi meno abbienti. Non pagare nella maniera corretta le tasse nel proprio paese significa non contribuire a migliorare le condizioni di vita di chi ci lavora e ci abita (pur godendo degli stessi servizi) e, soprattutto, costringere gli altri a pagare più tasse.

Oxfam ha fatto notare come i 62 miliardari più ricchi del mondo possiedano tanta ricchezza quanto i 3,6 miliardi di poveri sul nostro pianeta. I paradisi fiscali sottraggono 190 miliardi di dollari l’anno ai Paesi dove la ricchezza viene prodotta. A livello mondiale anche leader come Obama si stanno rendendo conto di questo problema che, oramai, va affrontato e non è più procrastinabile.

Pagare stipendi da fame ai lavoratori della propria azienda, in barba ai contratti nazionali e aprire società offshore sono i due lati della medaglia di una globalizzazione senza regole che ci sta impoverendo tutti e sta arricchendo sempre di più poche persone che, anche grazie a banche e commercialisti senza scrupoli, non pagano le tasse come devono nei propri Paesi. Speriamo che il fisco usi bene quegli ottocento nominativi che gli sta mettendo a disposizione il team di giornalisti che ha investigato su questo scandalo.