Vicenda casa, Vecchi: “Sono mite, ma io la schiena non la piego”

Un minuto di applausi per il primo cittadino in Sala del Tricolore: "La lotta alla mafia non si fa con gli hastag, ma con i fatti. Il livello di trasparenza di questo consesso vale per tutti. Manovre politiche, ma non arretreremo di un passo e ribatteremo colpo su colpo"

REGGIO EMILIA – “Io sono una persona mite, ed è vero. Però, con fermezza, vi devo dire che mia nonna mi diceva sempre: “I tuoi zii (in tre morirono da partigiani, ndr), se avessero piegato la schiena, l’Italia sarebbe finita. Vorrei che vi fosse chiaro che io sono di quella pasta lì. Io la schiena non la piego”.

Lo ha detto oggi, in Sala del Tricolore, il sindaco Luca Vecchi parlando di fronte al consiglio comunale e ricostruendo le tappe della vicenda che riguarda l’abitazione di Masone in cui vive insieme alla moglie Maria Sergio, edificio acquistato nel 2012 da un imprenditore edile, Francesco Macrì, che nel gennaio dello scorso anno è stato arrestato ed è poi finito ai domiciliari nell’ambito dell’inchiesta Aemilia sulla ‘ndrangheta.

Ha detto il primo cittadino: “La questione della legalità non è una questione come tante. Ci sono interessi generali nella storia di un Paese e di una comunità. Ci sono stati momenti in cui le forze politiche hanno deciso di stare insieme per sconfiggere il terrorismo. Il tema del contrasto al grande crimine non è un’esclusiva del centrosinistra o del Movimento Cinque Stelle, ma di tutti gli onesti che devono agire contro la comunità criminale. Però bisogna capire quando lo scontro politico si deve fermare per marciare insieme. Perché, quando lo scontro politico arriva dove è arrivato oggi, fuori i mafiosi stappano lo spumante a vedere come ci combattiamo fra di noi. Se noi cominciamo ad esplorare nelle vicende di ognuno di noi,  guardando dal buco della serratura, non andiamo da nessuna parte e il prezzo lo pagherà l’intera comunità”.

Poi rivendica il lavoro svolto in un anno e mezzo di legislatura: “Noi, sul tema della caccia alle streghe, non vi seguiremo, perché non appartiene allo spirito politico di questa città. E la reazione che ha avuto la città in questi giorni, dimostra che ha la capacità di capire che questi sono tentativi di strumentalizzazione. In questi diciotto mesi non siamo stati fermi perché la lotta alla mafia non si fa con gli hastag, ma con gli atti. Abbiamo sottoscritto un protocollo di legalità, con la prefettura, che nessuna città ha fatto in Italia. L’assessore Pratissoli ha iniziato a lavorarci con la dottoressa Cogode nel luglio del 2014, mesi prima che scoppiasse la vicenda Aemilia. Quel protocollo è rimasto per circa un anno fermo al ministero degli Interni, perché ci veniva opposto che era troppo invasivo. Abbiamo deciso di costituirci parte civile al processo e abbiamo insistito perché il processo venisse fatto a Reggio. E qui si farà, ne sono certo. Abbiamo continuato una battaglia sulle videlottery a suon di contenziosi in tribunale e abbiamo sequestrato beni immobili a soggetti coinvolti nell’inchiesta”.

E poi parla di sè e di quello che gli è successo: “Questa vicenda fa seguito a una seria di altre vicende che, personalmente, mi hanno toccato. Io mi sono interrogato per il modo in cui escono certe notizie e ti vengono addosso e per il modo in cui si cerca di appicicarti il marchio dell’infamia e della vicinanza a certi ambienti mafiosi. Ma voglio dire una cosa: noi le leggi sulla trasparenza le rispettiamo, ma il livello della trasparenza di questo consesso vale per tutti. Io non accetto che ci sia una forza politica che pretende che il sottoscritto sia più trasparente di altri. Fino al 2011 nessuno ci ha dato informazioni su quello che succedeva in questa città e, quando è uscita l’inchiesta Aemilia, vorrei proprio sapere quanti di noi sapevano che dovevano tenere le distanze da quelle 240 persone coinvolte”.

E conclude: “C’è una chiave di lettura per cui una dirigente (sua moglie, ndr) viene chiamata dalla procura antimafia e sembra che sia stata chiamata come indagata, ma invece non lo è. Due persone ricevono una lettera diffamatoria (lui e sua moglie in campagna elettorale, ndr) e sembra che siano loro i colpevoli. La precedente amministrazione è stata l’amministrazione che ha cominciato a ridurre le volumetrie e non è stata la stagione in cui con l’urbanistica si è fatto il consenso, perché quella stagione c’è stata prima. E’ stata la stagione dei no. Eppure questo non passa, perché passa altro. E questo va detto non per difendere mia moglie, ma tutti i dipendenti e  dirigenti di questo Comune che è al di fuori dell’indagine. Non mi sfugge che in tutto questo c’è un attacco politico molto chiaro, non solo a noi, ma a tutti i sindaci del territorio. Voglio dire che noi non arretreremo di un passo e risponderemo colpo su colpo. Credo, infine, che ci sia qualcosa di ingiusto nel fatto che una persona, solo perché è nata in un paese finito agli onori delle cronache in quel modo (sua moglie, Maria Sergio, è nata a Cutro, ndr), debba essere trattata in modo discriminatorio. Stiamo parlando di una persona non indagata e che ha sempre agito con onestà”.

Un minuto di applausi
Dopo che il sindaco ha parlato, c’è stato un minuto buono di applausi e poi l’intervento del capogruppo di Forza Italia, Giuseppe Pagliani, imputato nel processo Aemilia che sarà giudicato con l’abbreviato, che ha ricordato a Vecchi: “La capisco quando lei parla di diffamazioni e illazioni, perché è quanto avrei voluto sentire dire io da lei dopo che il tribunale del Riesame ha annullato la mia carcerazione. Anche io sono stato a cena con certi personaggi e non potevo sapere chi erano, esattamente come lei che non poteva sapere chi era la persona da cui acquistava la casa. Io non penso che lei sia un delinquente, come spero lei di me”.

Il dibattito in aula stato piuttosto tranquillo e rispettoso senza particolari momenti di tensione. Sugli spalti, fra gli altri, il segretario del Pd reggiano, Andrea Costa, e il presidente della Provincia, Giammaria Manghi. Il Movimento 5 Stelle, con Paola Soragni e Norberto Vaccari, hanno sottolineato il fatto che il sindaco, a loro parere, non poteva non sapere, quando uscirono gli atti di Aemilia, che chi gli ha venduto la casa era stato arrestato. Lo hanno quindi accusato di scarsa trasparenza verso la città.

Grande Reggio e Progetto Reggio hanno addirittura ritirato la richiesta di dimissioni. La richiesta di discutere le dimissioni di Luca Vecchi da parte dei 5stelle è stata invece respinta con 18 voti contrari e 9 favorevoli.