Il vicesindaco Sassi: “Non c’è spazio per il revisionismo”

30 gennaio 2016 | 18:55
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Il vicesindaco Sassi: “Non c’è spazio per il revisionismo”

Le commemorazioni del 72esimo anniversario della fucilazione di don Pasquino Borghi e di otto antifascisti

REGGIO EMILIA – Il 30 gennaio 1944, a poco più di un mese dall’uccisione dei sette fratelli Cervi e di Quarto Camurri, nel Poligono di tiro di Reggio Emilia i fascisti repubblichini fucilarono don Pasquino Borghi e altri otto antifascisti: Ferruccio Battini, Romeo Benassi, Umberto Dodi, Dario Gaiti, Destino Giovannetti, Enrico Menozzi, Contardo Trentini ed Enrico Zambonini.

Il 72esimo anniversario dell’eccidio è stato ricordato oggi, sabato 30 gennaio, con un programma di iniziative promosse da Comune e Provincia di Reggio Emilia, associazioni partigiane Anpi, Alpi, Apc, Anppia, Comitato democratico costituzionale, Istituto Alcide Cervi, Istoreco e Ufficio scolastico di Reggio Emilia. Dopo la messa celebrata in suffragio dei caduti nella Basilica della Ghiara, è stata deposta una corona in vicolo dei Servi, e sono stati omaggiati i caduti al Poligono di tiro di via Paterlini 17.

Nel luogo dell’eccidio sono intervenuti il vicesindaco di Reggio Emilia Matteo Sassi, il partigiano Giglio Mazzi, in rappresentanza dell’Anpi, e il presidente dell’associazione Alpi-Apc, Danilo Morini. Dopo aver salutato le autorità civili e militari, i parenti delle vittime e i presenti al Poligono di tiro, il vicesindaco Sassi ha detto: “Ritrovarsi a 72 anni di distanza in questo luogo non è un rituale e non è retorico. Ricordare la morte di Ferruccio Battini, Romeo Benassi, Don Pasquino Borghi, Umberto Dodi, Dario Gaiti, Destino Giovannetti, Enrico Menozzi, Contardo Trentini ed Enrico Zambonini, è un dovere civico, politico e sociale.

“In quegli anni e in quei mesi il fascismo rappresentò per la collettività il volto più feroce di cui era capace. Un mese prima i sette fratelli Cervi e Quarto Camurri furono qui fucilati e nell’estate del 1943 nove persone, tra le quali una donna incinta, caddero alle officine Reggiane. Tra il ’43 e il ’44, il periodo in cui il fascismo capì che stava perdendo, che la loro ideologia sarebbe fallita, iniziò una fase di recrudescenza della repubblica di Salò, che non ebbe la capacità di farsi da parte e attendere, ma continuò sempre più con la repressione e l’oppressione.

“Non accettiamo — ha proseguito il vicesindaco — alcuna forma di revisionismo. Abbiamo sempre detto che si deve la pietà a tutti i morti, ma che non possono essere equiparate le ragioni di chi cadde a difesa della libertà e della democrazia e chi invece cadde per i disvalori del fascismo. Noi, in quanto figure politiche e cittadini, non dobbiamo mai dimenticarci quel volto unico che aveva il fascismo, che seminò distruzione e terrore. Don Pasquino Borghi, un prete resistente, cadde al Poligono di tiro insieme all’anarchico Zambonini, che combatté nella guerra di Spagna. Furono fucilati insieme. Avevano in comune l’alto senso di responsabilità, di democrazia, di pace. Non furono indifferenti, avrebbero potuto far finta di niente, forse si sarebbero salvati, ma non lo fecero. Credo sia giusto essere custodi inflessibili nei confronti delle giovani generazioni, e che questi luoghi ci ricordino il dovere di onorare quegli uomini e partigiani che ci consegnarono la democrazia e i valori costituzionali”.

“Ringraziamo — conclude il vicesindaco — i rappresentanti di Anpi, Alpi e Apc per la testimonianza appassionata che hanno portato. Se i giovani di allora preservano dei ricordi così vivi e intensi, significa che quei fatti furono davvero drammatici e cruciali per le sorti delle generazioni future, e che 72 anni sono davvero pochi nel tempo della storia. Dunque, a maggior ragione, la difesa della democrazia in Italia, che è una giovane democrazia, è un impegno di tutti i cittadini contro ogni forma di oppressione e discriminazione”.