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Sel: “La disoccupazione e la media del pollo”

Il coordinatore Michele Bonforte: "Il governo gioca con i numeri. Intanto la disoccupazione cresce"

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REGGIO EMILIA“Già Trilussa con la famosa media del pollo ci invitava a diffidare delle sintesi statistiche. Oggi la stessa diffidenza va esercitata nei confronti degli annunci a getto continuo del governo, che grida ai quattro venti l’inversione di tendenza nella disoccupazione per merito del jobs act. In settembre 2015 si è registrata una diminuzione dello 0,1% del tasso di disoccupazione. Per quanto modesto, l’obbiettivo se raggiunto, ci farebbe felici. Ma purtroppo si tratta del solito gioco delle tre carte. Il governo infatti ha dato enfasi al dato percentuale, ma ha messo in secondo piano i dati assoluti pubblicati dall’Istat.

I disoccupati sono calati di 35.000 unità. In termini assoluti, si tratta di un calo simile a quello degli occupati (- 36.000). Come si spiega l’apparente paradosso che vede una riduzione dell’occupazione accompagnata ad una riduzione della disoccupazione? I dati dell’Istat ci dicono che gli inattivi (coloro che “apparentemente” non hanno bisogno di lavorare perché non lo cercano) sono aumentati di 53.000 unità.

Sarebbe un buon risultato se tutte queste 53.000 persone si trovassero nella situazione di non aver più realmente bisogno di lavorare perché hanno ottenuto in altro modo un reddito più che sufficiente. La realtà è che ben oltre i due terzi è dovuto all’incremento degli “scoraggiati”, cioè di coloro che non cercano il lavoro perché non credono di trovarlo. Ciò significa che nel mese di settembre si sono creati circa 35.000 nuovi scoraggiati, ovvero persone disoccupate a tutti gli effetti ma non conteggiate come tali: una cifra che (magia dei numeri!), corrisponde proprio alla riduzione dei disoccupati “ufficiali”.

Il calo dei disoccupati a settembre è spiegato non dall’aumento dell’occupazione, né degli effetti espansivi dell’economia, né dal Jobs Act ma, più banalmente, dal fatto che si sono trasformati in scoraggiati. Il contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act (spacciato come contratto a tempo indeterminato ma in realtà un contratto con un periodo di prova di tre anni), non ha finora provocato una riduzione della disoccupazione.

Le recenti statistiche ci dicono che sono diminuiti altri contratti atipici, in particolare le collaborazioni, l’apprendistato e il tempo determinato. Assistiamo quindi a un processo di sostituzione tra contratti precari che presentano maggiore convenienza economica (quello a tutele crescenti che gode di forte incentivi, seppur in via di riduzione) e i vecchi contratti precari.

C’è poco quindi da stare allegri. Il governo ha investito 10 ml in incentivi per le imprese che stanno solo rimescolando il lavoro che c’è già. Di nuovo lavoro non c’è nemmeno l’ombra, e finiti gli incentivi, molti si aspettano una catena di mancati rinnovi dopo i tre anni di prova. Purtroppo non vedo ragioni reali su cui fondare il trionfalismo del governo, salvo la solita propaganda.

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