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Reportage – Lesbo, il buio oltre la costa

Continua il reportage di Vittorio Fera che è arrivato all'isola di Lesbo

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REGGIO EMILIA – Reggio Sera continua il viaggio con l’associazione onlus trentina Speranza-Hope for children nata un anno fa con lo scopo d’intervenire nella grave emergenza umanitaria del popolo siriano. Un volontario dell’associazione, Vittorio Fera, sta compiendo un viaggio da Sid, al confine serbo/croato fino all’estremità della Grecia all’isola di Lesvos (Lesbo) su cui arrivano i rifugiati che scappano dalle guerre attraverso il mare della Turchia.

Con lui c’è Hope, un piccolo pupazzo di stoffa, realizzato dalle mamme siriane nelle campagne di Aleppo (come lui ce ne sono tanti e l’associazione, insieme ad altri prodotti locali, li mette in vendita per permettere il sostentamento delle famiglie in Siria, ndr) che accompagnerà Vittorio in questo viaggio a ritroso verso la sua casa, la Siria, oggi dilaniata dalla guerra civile.

 

Nona tappa

Reportage di Vittorio Fera
UN? UN? Questa è la domanda con cui insistentemente ci incalzano le persone che balzano fuori dai gommoni appena approdati sulla spiaggia di Lesvos (Lesbo). Noi gli rispondiamo “yes” ed ecco che cominciano festeggiamenti abbracci collettivi, urla di gioia. UN é il loro modo di dire Europa, la terra che per loro rappresenta la salvezza, la speranza,il futuro da ricostruire dopo la fuga dal loro paese e il pericoloso viaggio per mare dalla costa turca.
Tutti quelli che non fanno altro che berciare frasi razziste contro i rifugiati, dal torpore della loro poltrona, dovrebbero trovarsi di fronte una volta quei volti di uomini donne e bambini quando sbarcano sulla spiaggia: volti paralizzati, disorientati, smarriti. Persi nel buio. Tutto il viaggio per mare è completamente immerso nel buio, la notte é il momento migliore per evitare i controlli della polizia turca e di Frontex.
I trafficanti ti fanno salpare da spiagge private, a cui pagano l’affitto per l’utilizzo al proprietario. Dopo averti consegnato i giubbotti impermeabili e messo sulla barca inizia una traversata in cui per alcune ore sei risucchiato dall’oblio e dal gelo: intorno a te solo un muro nero e la luce degli smartphones per bucarlo, le voci degli altri passeggeri, il pianto dei bambini, il fragorio delle onde e il macinio del motore del gommone. Nient’altro.
Fino a quando non arrivi sulla costa greca e non sai se arriverai in Grecia (UN) o in qualche altro posto in Turchia, quanto puó durare il tuo viaggio, a seconda se il vento é a favore o contro, se hai benzina per arrivare a destinazione o il trafficante per risparmiare non ne ha messa abbastanza. Se il motore non si inceppa (il più delle volte i trafficanti utilizzano motori piû economici non omologati per le distanze da coprire ). Insomma nessuna certezza per tranquillizzare i tuoi bambini. Rivedi la luce solo quando arrivi sull’altra riva.
Dove ad accoglierti ci sono decine di volontari che ti danno il benvenuto,con cibo coperte e vestiti asciutti (i tuoi vestiti saranno fradici per la traversata). Ah, un chiarimento, sono i volontari e non personale UNHCR o ONG, come si potrebbe ipotizzare, a fare il maggior sforzo per aiutare i rifugiati, gruppi auto-organizzati che 24 ore su 24 presidiano la costa e intervengono quando arrivano le barche. A quel punto arriva il bus UNHCR che ti porta al centro di Moria dove, dopo essere registrato, puoi proseguire il tuo viaggio verso Atene. E da Atene verso la Macedonia e così via.
Questo se il tuo viaggio é andato bene. Solo nel 2015 sono morte 3.550 persone in questo viaggio,m olti di questi bambini, oltre 700 bambini morti. Nonostante ció l’Europa continua a considerarli solo un numero. Nonostante ció l’Europa ha siglato accordi ancora piú restrittivi per il pattugliamento della costa turca. Questi accordi non fermeranno il viaggio dei rifugiati, ma solo li costringeranno a prendere percorsi piú pericolosi. Il passaggio piú breve è quello che da Ayvalik porta al nord di Lesvos a Skala Sikaminia, un’ora e mezza di traversata.
Ora questo tratto di costa è costantemente presidiato dalla polizia turca e da Frontex, quindi i trafficanti stanno dirottando le barche verso l’areoporto, piú a sud, dove i tempi di traversata raddoppiano e anche le difficoltà.
(9 – continua)

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