Gifuni, vittima e carnefice in Pasolini: grande prova d’attore

L'attore si esibisce in un monologo denso e decisamente corporeo, soprattutto nella seconda parte, mettendo in mostra una bravura straordinaria

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REGGIO EMILIA – Fabrizio Gifuni riporta in scena, nell’eclettica cornice della Cavallerizza, il suo spettacolo del 2004 “Na specie de cadavere lunghissimo” per la regia del compianto Giuseppe Bertolucci. Lo spettatore si trova seduto accanto al Pasolini polemico e fortemente politico, lucido profeta di un’Italia di cinquant’anni fa purtroppo ancora attuale.  Una società in cui sono chiari l’inquietante arretramento morale e culturale, l’imbarbarimento consumistico e l’uso strumentale dei media.

Gifuni, attraverso una sapiente scelta di brani, presi soprattutto da “Scritti corsari”, “Lettere luterane” e l’ultima intervista rilasciata a Furio Colombo poche ore prima di morire, ci accompagna lungo un processo di degradazione, dalla lucida consapevolezza, alla sdegno, alla consapevolezza di essere già un cadavere, fino alla trasformazione da vittima a carnefice.

A trasformarsi non è solo la voce, il corpo, ma anche la mimica esagerata ed esaltata, la lingua degenerata e volgare nel delirio dell’assassino. Qui Gifuni ci offre una prova attorale notevole recitando i versi endecasillabi del poemetto “Il pecora” in un romanesco reinventato dal milanese Giorgio Somalvico e mostrando il delirio scomposto e smisurato di gesti e grida del cinico “Pino la rana” nella sua scorribanda notturna alla guida dell’Alfa Gt per le strade di Roma e di Ostia, dopo l’omicidio di Pasolini.

E idealmente a fine monologo si può vedere sul palcoscenico quel cadavere lungo e disteso di un’Italia che ha perso la sua occasione di cambiare, di non cedere al genocidio culturale di intere generazioni.

 

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